PROGETTO: POC "LA CONOSCENZA DELLA STORIA LOCALE" I volti di Gioia: storie di vite e di identità
- INTRODUZIONE
- Giuseppina Anna Elmi, docente di Storia e Filosofia, tutor del corso
- IL PROGETTO:
- MEMORIE DELLA RESISTENZA GIOIESE
- DALLA MACRO STORIA NAZIONALE ALLA MICRO STORIA LOCALE: Le fasi del progetto
- ACCORDO SCUOLA -ANPI
- LA RESISTENZA IN PUGLIA
- LE TENSIONI TRA PROPRIETARI TERRIERI E BRACCIANTI: l’Eccidio di Marzagaglia
- ALESSANDRO LEOGRANDE in "Uomini e caporali" individua un'attinenza politica sociale tra lo sfruttamento dei braccianti pugliesi e l'eccidio di Marzagaglia
- LA RESISTENZA LUNGA: STORIA DELL’ANTIFASCISMO 1919-1945
- L'ARTICOLO DI GIORNALE: LA CRONACA DI UN ECCIDIO
- LO STORYBOARD DELLA GRAPHIC NOVEL
- LA NOSTRA DEFINIZIONE DI RESISTENZA
- 31 MARZO 2026 INCONTRO PROPEDEUTICO PER UTILIZZARE LE FONTI STORICHE
- LA CONSULTAZIONE DELLE BIOGRAFIE DEI 45 PARTIGIANI GIOIESI
- I PARTIGIANI GIOIESI SUI SENTIERI DELLA LIBERTA'
- IL PAPAVERO : RESILIENZA E RESISTENZA DELLA NATURA DELL’UOMO LIBERO
- NICOLA CAPOZZI, il volto dell'antifascismo "civile" e politico del Sud Italia
- GIACOMO MATTEOTTI: il simbolo dell'opposizione morale al fascismo
- GIUSEPPE DI VAGNO: il "Gigante Buono" o il "Matteotti del Sud"
- IL VENTENNIO FASCISTA: attraverso l'intervista rivolta a Filippi
- PRESENTAZIONE DI “NESSUNA GRAZIA” di COSIMO DAMIANO D’AMATO
- INCONTRO CON IL PROCURATORE MARCO DE PAOLIS, organizzato dai docenti del Dipartimento di Storia e Filosofia e dal dipartimento di Ed.Civica
- PRESENTAZIONE DI “LIBERTÀ A CARO PREZZO” di GIOVANNI CAPURSO
- BOOKTRAILER RELATIVI AGLI INCONTRI CON GLI AUTORI
- La Memoria come Esercizio Attivo
- 4. Un Monito per il Presente
- INSEGNARE LA RESISTENZA OGGI
- DALLA TEORIA CRITICA DI CLAUDIO PAVONE SULLA RESISTENZA COME GUERRA CIVILE
- CONCLUSIONE: La Costituzione come testamento biologico
- CREDITI E REALIZZAZIONE DEL SITO WEB
INTRODUZIONE
Oltre i nomi sulle targhe: Riportare il passato a casa C’è un momento preciso, durante le ore di storia, in cui lo sguardo degli studenti cambia: è quando il racconto esce dalle pagine patinate del manuale e bussa alle porte della loro quotidianità. Avviare questo percorso sulla Resistenza gioiese e sulla nostra storia locale è un atto di "restituzione". Spesso i ragazzi camminano per le vie di Gioia del Colle leggendo nomi sulle targhe marmoree senza sapere che dietro quei caratteri incisi nel bronzo c’erano sogni, dubbi e, soprattutto, una giovane età del tutto simile alla loro. La scelta della biografia come metodo Ricostruire le biografie dei partigiani del nostro territorio significa compiere un’operazione di scavo umano. Chiedere agli studenti di consultare archivi, intervistare i discendenti o analizzare i documenti dell'ANPI locale non è solo ricerca accademica; è un modo per capire perché un giovane gioiese degli anni '40 decise di rischiare tutto, lontano o vicino casa, per un’idea di libertà ancora astratta; per sentire che la democrazia non è caduta dall'alto, ma è stata costruita anche dai passi di chi ha calpestato lo stesso basolato che calpestiamo noi oggi per andare a scuola; imparare a maneggiare le fonti, distinguendo il fatto storico dalla narrazione, per diventare cittadini consapevoli e non solo spettatori passivi. Viviamo in un’epoca di "presentismo", dove tutto si consuma in un clic e la memoria sembra un fardello polveroso. Eppure, proprio i nostri ragazzi hanno sete di radici. Vedere i loro volti mentre scoprono che un "ragazzo del '24" di Gioia ha combattuto sulle montagne del Nord o ha organizzato il dissenso tra le nostre campagne, trasforma la Resistenza da concetto astratto a eredità morale. Il mio augurio, come docente, è che alla fine di questo corso i miei studenti non vedano più la nostra città come un semplice fondale grigio, ma riconoscano nomi, non pensino ad "eroi" distanti, ma a persone che hanno saputo dire di no.
Perché la memoria della Resistenza a Gioia del Colle continui a camminare sulle gambe di chi oggi abita il suo futuro.
IL PROGETTO:
Il progetto è stato configurato come un’esperienza didattica motivante, multidisciplinare e multimediale. L’obiettivo è che gli studenti riscoprano l'esperienza della comunità gioiese nell'arco storico che ha preceduto e vissuto il regime fascista fino al momento successivo che ha portato al regime democratico attraverso uno storytelling e la produzione di storie capaci di emozionare chi legge.
dalla Macro Storia alla Micro Storia
La MICROSTORIA di un territorio, visto come ambiente in divenire èla prima cellula di fenomeni e relazioni a carattere storico, geografico, sociale, per stimolare la consapevolezza e il rispetto per il patrimonio storico-ambientale. Il progetto intende avvalersi della collaborazione con l’ANPI di Gioia del Colle e della possibilità di consultare l’Archivio storico della Fondazione Di Vagno per valorizzare l’orientamento come processo condiviso in rete con il territorio, la STRUTTURA del progetto si è sviluppata in 10 incontri da 3 ore ciascuno I. Dalla macro storia degli anni ‘20 del Novecento alla micro storia locale gioiese II. La ricerca delle fonti e delle testimonianze dirette e indirette III. I monumenti raccontano la nostra storia IV. Le pietre d’inciampo preservano la memoria V. La dimensione agricola e produttiva del nostro territorio VI. Le vicissitudini storiche di alcuni personaggi illustri e i riferimenti bibliografiche alle pagine di della storia nazionale (Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci, Sandro Pertini) VII. Le ricostruzioni fotografiche e resistenza e resilienza dei protagonisti dell’Antifascismo (Nicola Capozzi, Salvatore Di Vagno, ) VIII. Progettare un Calendario antifascista che segni le date più significative della storia che andrebbero ricordate e segni altresì quelle che non dovrebbero mai più ripetersi. IX. La passeggiata Antifascista X. La Creazione di un sito web che raccolga i prodotti di questa narrazione storica, artistica e politica del nostro territorio.
MEMORIE DELLA RESISTENZA GIOIESE
Parlare della Resistenza in Puglia significa raccontare una storia fatta di reazioni improvvise, coraggio civile e primati storici che spesso vengono dimenticati nei libri di testo tradizionali.
A differenza del Nord Italia, dove la lotta partigiana si è strutturata in una lunga guerra di logoramento in montagna, in Puglia la Resistenza è stata una fiammata immediata e corale, scoppiata nei giorni confusi che seguirono l'armistizio dell'8 settembre 1943. ______________ La Puglia non fu solo una terra di transito per gli Alleati, ma il palcoscenico di una resistenza "breve" ma ferocissima, caratterizzata da tre elementi chiave: La Difesa dei Porti: Città come Bari, Taranto e Brindisi erano nodi strategici vitali. Impedire che cadessero intatti nelle mani dei tedeschi era fondamentale per il futuro della liberazione d'Italia.
La Partecipazione Corale: Accanto ai militari rimasti fedeli al giuramento, scesero in strada civili, operai, donne e persino ragazzini, dando vita a vere e proprie insurrezioni popolari.
Il Ruolo di Brindisi: Con il trasferimento del Re e del governo Badoglio a Brindisi, la Puglia divenne la sede del "Regno del Sud", trasformandosi nel primo nucleo dell'Italia liberata e nel laboratorio politico della futura democrazia.
DALLA MACRO STORIA NAZIONALE ALLA MICRO STORIA LOCALE: Le fasi del progetto
ACCORDO SCUOLA -ANPI
- Dall'accordo firmata tra la dirigente scolastica prof.ssa Giovanna Cancellara e il presidente dell'ANPI di Gioia del Colle, dott. Matteo Mazzaraco si è avviata una collaborazione, che ha consentito di valorizzare il contributo e la formazione relativa alla conoscenza della storia di Gioia del Colle grazie alle lezioni previste nel corso e anche agli interventi dell'appassionato della Storia gioiese sig. Paolo Covella e il giornalista Nicola Signorile che ha guidato gli studenti alla comprensione della significatività delle fonti storiche e dell'analisi dei dati anagrafici presenti nelle biografie dei partigiani gioiesi rinvenute da 44 studenti liceali di Gioia del Colle, lo scorso 9 aprile 2026.
la storia locale dalle parole di un testimone
Il presente sito costituisce il prodotto digitale da consegnare alla comunità scolastica e all’ ANPI di Gioia del Colle a cui hanno contribuito gli studenti delle classi 3A Cl., 4E, 4F, 5B, 5E in un emozionante progetto di Storia locale che si è servito di frammenti scritti, storiografici e visivi utilizzati per calarci in un contesto storico attraverso le voci e le emozioni di coloro che hanno vissuto gli eventi, trasportandoci indietro nel tempo. Il continuo parallelismo tra macro e microstoria, tra segni del territorio vicino e tracce di una cultura lontana, stimola alla consapevolezza della sincronia degli eventi.
1. Albanese Sofia 5B 2. Angelillo Dario 5B 3. Bellacicco Marco 5B 4. Candeloro Mariarosa 5B 5. Cantore Sveva 4E 6. Castellaneta Stefano. 5B 9. De Marinis Gabriele 4F 10. De Palma Anna 3A CL 11. Digregorio Simona 5B 12. D’Onofrio Marco 5B 13. Donvito Christian 5B 14. Donvito Riccardo 3B 15. Ferrulli Giada 3B 16. Fiorente Domenico 4F 17. Giandomenico Giustina 3B 18. Girardi Anna 5B 19. Girolamo Noemi 4E 20. Lippolis Riccardo 5B 21. Magistro Anita 5B 22. Milano Valerio 5B 23. Pastoressa Gioele 5B 24. Petriello Gabriele 5B 25. Pisanelli Alessio 3B 26. Quarato Alice 5B 27. Tria Teresa 5B 28. Tursi Mattia 5B
29. Abbondanza Claudia 5E 30. Angelillo Giorgia 5E 31. Castellaneta Christian 5E 32. Cardetta Francesco 5E 33.Cetera Sara 5E 34. Cuscito Filippo 5E 36. De Palma Michelangelo 5E 37. Falcone Giuseppe 5E 38. Farina Alessandro 5E 39. Lamberti Vincenzo 5E 40. Larizza Beatrice 5E 41. Orfino Giuseppe 5E 42. Perniola Antonia 5E 43. Perniola Teresa 5E
• Si prediligerà la modalità laboratoriale e interattiva. La docente del corso utilizzeranno modalità, quali la metacognizione, l’apprendimento cooperativo, la didattica laboratoriale, la peer education e l’impiego delle nuove tecnologie. • Sarà favorita l’ “esplorazione consapevole” delle fonti e stimolato il potenziale creativo degli alunni. • Si proporranno lavori di gruppo, visite guidate sul territorio, laboratori, lezioni frontali (attività che permettono di confrontare, sperimentare, verificare le memorie diverse e conflittuali del passato). • Attraverso la ricerca-azione, la problematizzazione, l'uso delle fonti, la produzione del testo storiografico sarà possibile apprendere le modalità ed i percorsi con i quali viene costruito il pensiero storiografico.
SCOPRIRE LA MICRO STORIA DI GIOIA DEL COLLE
L’obiettivo è che gli studenti scoprano ricostruire l'esperienza della comunità gioiese nell'arco storico che ha preceduto e vissuto il regime fascista fino al momento successivo che ha portato al regime democratico attraverso uno storytelling ovvero la produzione di storie capaci di emozionare chi legge. La microstoria di un territorio, visto come ambiente in divenire e prima cellula di fenomeni e relazioni a carattere storico, geografico, sociale, per stimolare la consapevolezza e il rispetto per il patrimonio storico-ambientale.
EVENTO DEL 22 APRILE 2026: PRESENTAZIONE DEL LAVORO DI RICERCA STORICA E DISSEMINAZIONE DEL SIGNIFICATO DEL 25 APRILE
LA RESISTENZA IN PUGLIA
Parlare della Resistenza in Puglia significa raccontare una storia fatta di reazioni improvvise, coraggio civile e primati storici che spesso vengono dimenticati nei libri di testo tradizionali. A differenza del Nord Italia, dove la lotta partigiana si è strutturata in una lunga guerra di logoramento in montagna, in Puglia la Resistenza è stata una fiammata immediata e corale, scoppiata nei giorni confusi che seguirono l'armistizio dell'8 settembre 1943.
La vocazione agricola del Mezzogiorno
I tentativi di esportare nel Sud dell’Italia un tipo di industrializzazione pesante, sono stati una scelta che si è dimostrata perdente (come dimostrato dagli insediamenti di Bagnoli e di Taranto). Il Mezzogiono, invece, andrebbe valorizzato maggiormente nella sua vocazione agricola e nella trasformazione dei prodotti dell’agricoltura. Nel 1915 gli uomini del Sud, in età di leva, erano stati chiamati alle armi per combattere contro l’impero austro-ungarico con la speranza, anzi la promessa che, al ritorno vittorioso da quel conflitto avrebbero potuto godere dell’assegnazione di terre da coltivare. Lo stesso Primo Ministro Antonio Salandra, per animare i soldati a combattere, dal 1915 aveva dichiarato alla Camera che alla fine della guerra ogni contadino, eroe del fronte, avrebbe avuto la sua parte di terra come ricompensa offerta dalla Patria ai suoi valorosi figli. Grande fu la delusione all’indomani del 4 novembre del 1918: quei superstiti, scampate vittime del Primo Grande Conflitto Mondiale, pur essendo riusciti a portare sana la pelle nel loro Comune, furono vittime di una cocente realtà, quella di aver dato vite dei loro cari alla Patria e di ritrovarsi in una situazione di povertà e di delusione per ricompense negate. Il Governo, infatti, oltre ad essere in preda ad una profonda crisi economica, prese tempo, poiché non riuscì a trovare una mediazione tra le richieste dei contadini che reclamavano la terra e quelle degli agrari che protestavano contro quei parlamentari che avevano promesso con tanta leggerezza le proprietà altrui. Gli agrari sostenevano che le terre andavano date ai contadini solo all’apice dello sfacelo nazionale, cioè quando si perde, non quando si vince la guerra. Le prime lotte si sviluppano nel 1919 con un duplice obiettivo: rafforzamento del controllo sindacale, che avrebbe garantito un certo numero di giornate lavorative presso aziende agrarie, e concessione ai braccianti di terre, con la diffusione di un sistema di piccole proprietà e ridimensionamento del latifondo. Il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (1919-20) adottò alcuni decreti per tentare di risolvere il problema agrario. Quello che porta il nome di Decreto Visocchi, emanato a settembre del 1919 prevedeva l’occupazione forzosa per un periodo di quattro anni, da parte di Cooperative di ex combattenti o Enti, di terre incolte o insufficientemente coltivate. Tale decreto, che mirava soprattutto ad eliminare le cause dei gravi e deplorevoli perturbamenti dell’ordine pubblico che si manifestavano con le violente occupazioni di terre da parte delle masse agricole e a garantire la migliore utilizzazione della terra, a causa di difficoltà burocratiche non sortì gli effetti desiderati. Era naturale, quindi, che accadesse l’inevitabile.
La situazione post-bellica a Gioia del Colle
La situazione postbellica di Gioia non si discosta da quella degli altri Comuni del Sud, anzi si acuisce per la presenza del latifondo agrario molto sviluppato. A ciò è da aggiungere gli effetti della fillossera, della scarsità di pioggia e dei miseri raccolti, del diffondersi del vaiolo. Durante i cinque anni di guerra moltissimi terreni erano stati abbandonati o scarsamente coltivati per mancanza di lavoratori agricoli, chiamati al fronte. Alcune terre perduravano nel loro stato di abbandono e per molte altre i proprietari dichiaravano di coltivarle direttamente. Per contrastare la disoccupazione il Comune già a metà del 1919 aveva approvato numerosi provvedimenti: la vendita di pascoli comunali nelle contrade Grottacaprara, Profilo, Montursi, Parata, Marzagaglia e 13 quote abbandonate alla Murgia Fragennaro. Essendo stato riconsegnato dal Comando Militare del Presidio l’edificio della scuola elementare, utilizzato come Ospedale Militare di Riserva, che aveva 32 aule con 53 alunni ciascuna, oltre il limite consentito dalla legge, si avverte l’esigenza di costruire un altro edificio a nord del paese, un complesso di 20 aule destinato ad incremento fino a 27, e quindi è approvato il progetto stilato dall’ing. Giovanni Milano, insieme all’altro suo progetto per la costruzione dell’Asilo d’Infanzia, la pavimentazione con pietrini di Piazza Plebiscito, progetto dell’ing. Raffaele De Bernardis. Viene approvato il progetto per la costruzione della fognatura generale, opera degli ingegneri Giuseppe Leone e Giovanni Milano, viene proposta la pavimentazione in asfalto delle vie Principe Amedeo e di corso Garibaldi con sottostante fognatura, la costruzione di nuovi loculi al Cimitero.
Lavori pubblici per contrastare la disoccupazione
Dai primi mesi del 1920 il Comune, sempre per contrastare la disoccupazione, delibera una serie di lavori pubblici: la piantumazione del giardino pubblico della stazione ferroviaria, del monumento di Garibaldi e di quello dei Martiri, pavimentazione di numerose strade, nuove arcate e loculi al Cimitero, l’istituzione di una Scuola di Arti Industriali, in sostituzione di quella di Disegno, con insegnamento dei seguenti mestieri: ebanisti e falegnami, fabbro ferrai e meccanici, orefici, carpentieri, gioiellieri, decoratori, lavori femminili. Il 17 marzo 1920 abbiamo un assaggio di quello che si sarebbe manifestato a luglio. Si verificano tumulti popolari per la disoccupazione e il razionamento della farina, la proclamazione dello sciopero generale e un tentativo di assalto al Circolo dei Signori in Piazza Plebiscito da parte di circa 4000 dimostranti. Nel 1920 i poveri schedati dal Municipio e che godevano di provvidenze comunali ammontavano a 2151. Sempre nel mese di marzo è presente a Gioia una Cooperativa Agricola con lo scopo di bonificare e coltivare alcune terre incolte, tra cui 10 ettari a Murgia Fragennaro e 5 ettari nella zona Marchetti, sulla via per Acquaviva, di proprietà di Paolo Cassano. Nel mese di aprile un accordo tra il Consorzio dei Proprietari Agricoli e la Camera del Lavoro, per l’impiego della manodopera disoccupata, prevedeva che i contadini avrebbero censito i terreni incolti e i proprietari dal loro canto avrebbero fatto pervenire giornalmente alla Camera del Lavoro le richieste di lavoratori da occupare in agricoltura. A fronte di numerosi scioperi gli agrari ricomposero l’Associazione dei proprietari, che a giugno decise di opporsi con le armi ad ogni occupazione di terre da parte dei contadini, che sin da maggio volevano mettere a coltura le terre utilizzate come Campo d’aviazione e quelle circostanti, rimaste incolte. A giugno si costituisce a Gioia la Commissione di Avviamento al Lavoro con il compito di censire le terre incolte e l’attribuzione della mano d’opera.
LE TENSIONI TRA PROPRIETARI TERRIERI E BRACCIANTI: l’Eccidio di Marzagaglia
Il clima tra proprietari terrieri e braccianti si faceva teso, come testimoniato dall’episodio verificatosi il 25 giugno presso le masserie dei signori Cardetta e Tateo, dalle quali gli operai erano stati cacciati a colpi di fucile, poiché i proprietari terrieri avevano deciso di opporsi agli accordi precedentemente sottoscritti; ciò portò a rivedere l’accordo tra le parti e fu istituito l’Ufficio di Collocamento, che avrebbe affiancato la Commissione di Avviamento al Lavoro. Qualche giorno dopo alcuni agrari, proprietari di terreni nel territorio di Castellaneta, non solo si rifiutarono di pagare la giornata lavorativa ai braccianti, ma risposero con le armi alle loro insistenti richieste si saldo di quanto dovuto. Era il prologo degli eventi del successivo primo luglio.
Fuoco sui braccianti
Nel pomeriggio di mercoledì 30 giugno 1920, una ventina di braccianti, regolarmente assegnati al lavoro dalla Commissione paritetica e dalla Commissione comunale dell’Ufficio di Collocamento, si recano presso la Masseria di Girardi Natale, in contrada Marzagaglia, a circa 7 Km. da Gioia, per richiedere il giusto compenso alla fine della giornata lavorativa. Al rifiuto di pagare da parte del Girardi, i braccianti e i contadini controbattono che il giorno seguente sarebbero tornati a lavorare ancora più numerosi e che avrebbero preteso il relativo salario. Il 1 luglio 1920 un centinaio circa di braccianti si reca alla masseria Girardi e, dopo essersi provvisti degli strumenti agricoli e delle mastelle d’acqua indispensabili per il lavoro si dirigono verso i campi. Alle 10 dello stesso giorno i proprietari si ritrovano presso la Masseria Tateo, situata nella stessa contrada di Marzagaglia, e decidono di respingere le richieste dei contadini anche con la violenza. Dalla Masseria Tateo il primo gruppo dei proprietari, con fucili e munizioni, si dirige verso la masseria di Girardi Natale, chiamando a raccolta altri proprietari armati, circa una quarantina, provenienti dalle Masserie Boscia, Cardetta e Girardi Francesco. Sul tetto della Masseria di Girardi Natale erano state preparate otto feritoie, sovrapponendo delle pietre in modo da creare un nascondiglio per coloro che era appostati. Da un altro lato erano state sistemate altre quattro feritoie. Alcuni proprietari presero posto presso una di quelle feritoie; gli altri si appostarono alle finestre ed alcuni si nascosero dietro un muricciolo di cinta che li nascondeva e proteggeva, come se si trattasse di una trincea. Un altro gruppo entrò nella masseria e si nascose vicino alla stalla dove erano ricoverati i cavalli. Non prevedendo i tempi di permanenza in quelle postazioni ogni proprietario aveva con sé del cibo, un fiasco di vino, il fucile e le munizioni. Alle 14 circa i contadini, avendo terminato il lavoro, ritornarono alla masseria. Tutti si fermarono dietro il muretto di recinzione della masseria, ad una trentina di metri circa dal fabbricato, mentre l’andiere ( cioè il caposquadra) Nettis avanzò verso la casa del Girardi. La masseria presentava l’ingresso e le persiane chiuse. Nettis, allora, alzando la voce, disse che i contadini avevano terminato la giornata lavorativa e che volevano restituire le gavette.
32 feriti e 6 morti a Marzagaglia:
narrazione Eccidio di Marzagaglia a cura del prof. Franco Giannini
In seguito a queste parole si affacciò il Girardi; ci fu un veloce battibecco e l’invito a tornarsene a casa. Alle insistenze del Nettis, Girardi lo minacciò e subito dopo ordinò di aprire il fuoco. Dal tetto della masseria, dalle feritoie, dai balconi i proprietari fecero partire simultaneamente una serie di fucilate. I contadini erano disarmati; appena i primi caddero feriti, gli altri abbandonarono le zappe davanti alla recinzione della masseria e se la diedero a gambe, cercando scampo. Subito dopo si spalancarono le porte della masseria e dalla stalla uscirono i primi proprietari a cavallo; gli altri scesero dal primo piano e si lanciarono anch’essi a cavallo all’inseguimento, sparando ai contadini. Alla fine delle operazioni si contarono 32 feriti furono e 6 morti: Pasquale Capotorto, Vito Falcone, Vincenzo Milano, Rocco Montenegro, Rocco Orfino, Vitantonio Resta. Il più giovane di essi, Vitantonio Resta aveva sedici anni, il più vecchio ne aveva 70.
1° luglio 1920
Il corpo più vicino alla masseria distava dal muricciolo di cinta almeno 100 metri, l’ultimo ritrovato ucciso era ad un chilometro dalla masseria. Nel tardo pomeriggio del 1° luglio 1920 contadini e braccianti si ritrovarono presso la Camera del Lavoro di Gioia, dove Domenico De Leonardis, dopo aver organizzato i primi soccorsi per i feriti, proclama lo sciopero generale cittadino e zonale. La reazione popolare all’eccidio non si fece attendere. Furono creati dei posti di blocco e il 2 luglio furono ammazzate tre persone che si riteneva legate all’azione degli agrari. Poi arrivò l’esercito a ristabilire l’ordine. Per i funerali dei contadini uccisi, un lungo corteo funebre attraversò il paese: tra le orazioni commemorative, ci fu anche quella di Giuseppe Di Vagno. Nella notte fra il 1 e il 2 luglio, braccianti e leghisti si organizzano in diversi gruppi armati per perlustrare e battere tutta la campagna gioiese al fine di catturare e giustiziare gli assassini. Quando si sparse la voce che gli uccisori si erano rifugiati verso la strada che conduce a Putignano, presso la masseria di un proprietario imparentato con la famiglia di Natale Girardi, i contadini si dirigono in quella direzione, e precisamente a Masseria La Grotta; lì trovano il proprietario Pinto, che viene ferito mortalmente con una palla sparatagli in fronte. Nella mattinata del 2 luglio viene sorpreso per le vie di Gioia un altro proprietario, di nome Nico Filippo, che viene ucciso a colpi di rivoltella e di falcetto. Identica sorte tocca al cav. Vito Leonardo Fiorentino, sorpreso anche lui a passeggio per strada. Altri due proprietari (Favale e Procino) verranno aggrediti e malmenati dai contadini, ma riusciranno a salvarsi insieme al prete Donato Capurso. I funerali dei sei braccianti assassinati (Capotorto Pasquale, Orfino Rocco, Montenegro Rocco, Milano Vincenzo, Falcone Vito e Resta Vito Antonio) si svolgono nella serata di venerdì 2 luglio e rappresentano la manifestazione centrale dello sciopero cui avevano aderito anche i braccianti di Santeramo in Colle, Acquaviva delle Fonti, Sammichele di Bari, Noci e Putignano. A conclusione delle esequie, parlano il pastore evangelico Liutprando Saccomanni e i dirigenti socialisti Musacchio, Di Vagno e Capozzi. Lo sciopero generale si conclude il 4 luglio con un comizio, nel corso del quale prenderanno la parola gli onorevoli Arturo Vella e Andrea Barbato, De Leonardis e Nicola Capozzi. Il 5 luglio vengono arrestati numerosi contadini ritenuti fra i più facinorosi organizzatori della rappresaglia popolare e, alla fine di luglio viene arrestato il segretario della Federazione provinciale del PSI, Nicola Capozzi, quale istigatore e correo negli assassini consumati sui contadini.
1° agosto 1920: manifestazione di protesta contro la repressione poliziesca
Il movimento popolare di terra di Bari organizza per il 1° agosto 1920 una grande manifestazione di protesta (alla quale partecipano oltre 10.000 cittadini) contro la repressione poliziesca e per ottenere la liberazione di tutti gli arrestati. Il 5 agosto a Bari viene costituito un Comitato regionale pro-vittime politiche, che, insieme a Puglia Rossa, quindicinale delle organizzazioni politiche ed economiche del Partito Socialista Italiano in Terra di Bari, apre una sottoscrizione a sostegno dei lavoratori incarcerati e delle loro famiglie. Sono subito evidenti i risultati di questa lotta: venerdì 6 agosto 1920 Nicola Capozzi viene scarcerato; egli tiene innanzi al largo della Camera del Lavoro di Bari, un comizio nel quale annuncia la liberazione di altri 24 compagni; a Gioia, inoltre, si ricostituisce la Commissione paritetica per l’Avviamento al Lavoro e, infine, all’inizio di novembre, nella sede della cattedra di Agricoltura di Bari, tra la Federterra, rappresentata da De Leonardis, e la Federazione Provinciale degli Agrari, rappresentata dal cav. Casardi, viene siglato un accordo che sancisce il regolare trattamento dei braccianti. Questo accordo viene costantemente osteggiato e respinto dagli agrari. Infatti nel settembre del 1920 il massaro Petrera fece fuoco contro quattro contadini che gli erano stati assegnati dalla Commissione paritetica, ferendone gravemente uno. Segue la proclamazione di un altro sciopero generale, che si protrae per altri 12 giorni. Un notevole contributo alla conoscenza degli eventi è stato portato dalla professoressa Dina Montebello, un sunto del quale è stato pubblicato nel 18° Foglio di identità territoriale, a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Gioia del Colle nel 2003, “I bossoli dentro il pane”.
La ricostruzione degli avvenimenti di luglio è stata effettuata facendo ricorso ai sottostanti documenti:
Il Commissario di P.S. di Gioia, dott. Cosenza, lasciò la seguente dichiarazione: Soltanto circa le ore 10,30 fui avvisato il 1° luglio dal Commissario comunale che potevano verificarsi incidenti alla masseria Girardi. Nonostante fossi da vari giorni fuori servizio, stante la conoscenza delle persone e del luogo, e nell’intento di comporre la vertenza, uscii appositamente da casa recandomi in Municipio dove insieme al detto Funzionario, chiamato il Comandante l’Arma dei RR. CC., il segretario della Camera del Lavoro, il rappresentante dei proprietari, fu esplicata opera in modo che la questione sembrava avviata alla soluzione. Ma non si fece in tempo a portare ciò a notizia dei contendenti, che il conflitto avveniva. Mi risulta, per quanto ho detto nel precedente verbale, in tale conflitto mentre non sono mancati eccessi dei leghisti nelle proprie pretese, d’altra parte, vi era completa la preordinazione del delitto da parte dei proprietari.
2 luglio 120: caccia all'uomo
L’indomani, 2 corrente, verso le 8 ad opera di gruppi di facinorosi divisi in squadre, si iniziò la caccia all’uomo, e furono in un momento aggrediti barbaramente nel rione S. Antonio il massaro Nico Filippo, il sacerdote Capurso Leonardo di Vincenzo, il proprietario Procino Giovanni ed il sellaio Favale Michele. Mentre la Forza pubblica attratta dal clamore accorreva sul posto e metteva in fuga gli aggressori, una parte di questi passava in via Cavour, dov’è la sede della Federazione Provinciale Socialista Massimalista, di cui è segretario Capozzi Nicola di Vincenzo, per rinnovare la strage. In quel mentre passò per la suddetta via il cav. Fiorentino Vito Leonardo, uscito dall’Ufficio postale e diretto a casa sua. Fu scorto dai leghisti fermatisi davanti alla sede dell’Associazione ed allora fu decisa la sua morte. Di fatti si staccarono dalla massa diversi gruppetti che tennero d’occhio la vittima, la quale, giunta davanti alla Lega, per essere preso meglio di mira, fu salutato da alcuni di loro, mentre un altro gruppetto che lo seguiva, avanzò il passo per raggiungerlo. Uno di quest’ultimo gruppo, identificato poi per Milano Vito Filippo si staccò dagli altri e, avvicinatosi al cav. Fiorentino, gli esplose contro tre colpi di rivoltella facendolo reclinare su se stesso e cadere a pochi passi dalla Lega. Fu allora che gli altri con bastoni, armi bianche e pietre lo finirono. La trascrizione dell’interrogatorio del bracciante capo-squadra Nicola Nettis riporta in forma italiana quanto segue: Io riunii 108 o 111 contadini, ed il 1° andante ci recammo allo stesso fondo di Girardi per terminare il lavoro nel vigneto. Terminato il lavoro verso le 13,30 ci presentammo in numero di 40 o 50 dinanzi al fabbricato della masseria mentre tutti gli altri erano sparsi sulla stradella che conduce alla masseria predetta, alla distanza di 20 o 30 metri dal fabbricato. Le porte erano tutte chiuse. Sul balcone seduto e fumando a pipa era Girardi Natale di Sergio, il quale alla nostra richiesta di pagamento, anzi alla mia esibizione della nota dei contadini da pagare, rispose: Io non pago nessuno, neppure ai Carabinieri. Noi rispondemmo: pigliati almeno la nota poi si vedrà coll’intervento dell’Autorità se dovrai o no pagare. Prima di pagare puoi benissimo accertarti a Gioia che noi siamo effettivamente dei nullatenenti. Il Girardi a sua volta replicò: Fetenti, vi fate forti per il numero, avanti, fuoco! Ciò detto si rinchiuse in casa mentre dalla terrazza e successivamente dai parieti circostanti cominciò un violento fuoco di fucileria. Noi spaventati ci demmo alla fuga mentre i nostri aggressori, usciti dai nascondigli, alcuni a piedi liberi ed altri a cavallo presero ad inseguire armati di fucile sparandoci alle spalle ed invitandoci ad affrontarli con le parole: Carogne, aspettate…
Dalle relazioni del maresciallo dei RR.CC. e del Commissario di P.S. al Pretore di Gioia:
Immediatamente ci recammo sopra luogo con tutta la forza disponibile, contando sul piazzale innanzi la masseria evidenti segni della lotta cruenta, rinvenendo sulla strada a circa 200 metri dalla masseria, due cadaveri identificati, poi, per quelli delle persone di Capotorto Rocco e di Milano Vito Vincenzo ed in seguito nei pressi dell’aia prospiciente alla masseria, un altro cadavere identificato per Orfino Rocco ed ancora in un fondo attiguo, quasi lateralmente alla masseria, un altro cadavere identificato per Falcone Vito Filippo. In seguito sono stati ancora rinvenuti altri due cadaveri nelle campagne adiacenti, identificati per Montenegro Rocco e Resta Vito Antonio, tutti contadini facenti parte della squadra che erasi recata a lavorare abusivamente. Rinvenimmo anche due feriti, che trasportammo al locale ospedale di cui uniamo il referto medico. La masseria fu trovata da noi deserta e chiusa: sul piazzale c’era una gran quantità di bossoli e cartucce. Nel recinto dietro al muro adottato a trincea si vedono sette posti improvvisati per gli individui appostati, con recipienti pieni d’acqua e vino, qualche bicchiere e gran quantità di munizioni molte esplose. Piantonati i cadaveri ed il luogo dell’eccidio, informammo immediatamente la locale Autorità giudiziaria ritornando subito in città per accertare il numero dei feriti che tornavano in paese e fronteggiare alla gravissima minacciosa situazione che veniva delineandosi in città in seguito alle gravi notizie divulgatesi. Dagli accertamenti e dalle indagini praticate nei riguardi dell’eccidio avvenuto alla masseria dei Girardi, resta assodato che circa le ore 10 del 1° corrente nella masseria tenuta da Tateo Pasquale si riunirono numerosi proprietari e fittavoli di Gioia del Colle e dopo aver confabulato, verso le ore 11, armati si diressero verso la contrada Marzagaglia riunendosi nella masseria di Girardi Natale fu Sergio.
Dal verbale dell’interrogatorio del contadino Giuseppe Ammaturo:
Durante la notte dal 1° al 2 andante insieme con Colacicco Vito, Sportelli Donato, Valentino Galatola, Filippo Palmisano, tutti da Gioia ed altri di cui non so le generalità, verso le ore 22 ci avviammo lungo la via di Putignano decisi a vendicare i compagni che erano stati aggrediti durante il pomeriggio precedente. Lungo la strada si stabilì di andare ad assalire la masseria del defunto Giuseppe Pinto fu Luigi e quello che ci dirigeva era il Colacicco Vito già nominato. Giungemmo in contrada Monte Sannace verso le ore 24. Colà si presero gli accordi per circondare la fattoria del Pinto e nello stesso tempo per avere maggiore numero di armati, fu disposto che altri compagni si recassero nelle masserie adiacenti per ottenere fucili, rivoltelle o pugnali. Verso le 3 o poco più, quando incominciava già ad albeggiare, Colacicco Vito, Sportelli Donato, Valentino Galatola, Palmisano Filippo, tutti armati di fucile, insieme con altri che non conosco, si recarono alla masseria del Pinto per ammazzare lo stesso proprietario. Io con altri pochi uomini rimasi sulla strada la quale dista pochi metri dallo stabile. Dopo una mezz’ora di attesa sentimmo vari colpi di fucile e notammo molti che scappavano. Avendo visto ciò noi scappammo ugualmente dirigendoci verso Gioia.
La Stazione dei RR.CC. di Putignano, dopo le indagini preliminari, stilò il seguente verbale:
Ieri verso le 11 venimmo a conoscenza che alla masseria La Grotta confinante col territorio di Gioia del Colle alle 4 dello stesso giorno, per opera di una quarantina di armati sconosciuti, era stato circondato il fabbricato della masseria medesima e quindi fatto segno ad un nutrito fuoco di fucileria, durato circa mezz’ora, dal quale rimase gravemente ferito alla testa il proprietario Pinto Giuseppe, d’anni 38 proprietario, nato a San Michele, che imprudentemente erasi affacciato alla terrazza. A tale notizia, noi suddetti militari, unitamente al locale sig. Giudice, ci recammo in luogo per le necessarie verifiche ed indagini. Quivi constatammo la veridicità di quanto sopra è detto. Aggiungiamo che il Pinto fu colpito alla testa da un proiettile riportando lesine cerebrale gravissima. Le persone interrogate dal sig. Giudice sono concordi nel ritenere che gli autori della barbara aggressione siano di Gioia del Colle, mentre i congiunti del ferito affermano ciò desumendo dalla pronuncia degli assassini. Nessuno però riconosce quest’ultimi né sa dare di qualcuno i connotati. I parenti del ferito sono convinti che gli assassini siano gioiesi anche perché esiste un vincolo di parentela tra loro e la famiglia del proprietario Girardi nella masseria del quale sarebbe avvenuto il noto conflitto fra proprietari e contadini in tenimento di Gioia del Colle.
Dal verbale d’esame del testimone Vito Borrello, pastore di Sammichele di Bari, risulta:
Quella notte ho sentito abbaiare il cane e mi sono alzato. Ho visto un gruppo di sette o otto persone le quali mi hanno imposto di avvicinarmi a loro. Mi hanno chiesto di chiamare il padrone Giuseppe Pinto. Io non ho voluto chiamarlo. Mi hanno domandato se vi sono altre persone nella masseria. Ho risposto che vi era solo il padrone con le donne. Mi hanno per forza costretto a seguirli e mi hanno condotto sulla strada di Gioia-Putignano. Poi ho visto, dietro la pariete, altri 10 o 11 contadini che si sono avvicinati a me. Uno di essi ha detto: hanno ucciso quattro fratelli nostri e noi vogliamo da mangiare. Poi un gruppo si è avvicinato alla masseria ed hanno ripetutamente bussato al portone. Ho sentito la voce del padrone che domandava che cosa volessero. Poi ho sentito dei colpi di fucile e le grida del padrone.
L'istruttoria del processo
L’istruttoria del processo durò circa due anni, coinvolgendo direttamente 88 braccianti e 33 proprietari. Il 7 gennaio del 1922 la Corte di Assise di Trani formulò la sentenza istruttoria, rinviando 17 proprietari e 39 braccianti al processo, ed assolvendo e liberando gli altri. Il 22 aprile si aprì un processo stralcio a Bari per 16 di quei braccianti, accusati di violenza privata per il disarmo dei proprietari nella notte tra il 1° e il 2 luglio del 1920. Sette di loro furono assolti e nove furono condannati a pene inferiori a due anni. Il 19 maggio del 1922 si aprì dinanzi alla Corte di Assise di Bari il “processone”. Il processo durò oltre tre mesi e si concluse solo il 31 agosto 1922, con l’assoluzione degli agrari dall’accusa di 6 omicidi e 32 mancati omicidi, per legittima difesa. Anche i braccianti accusati dell’omicidio di Pinto, Nico e Fiorentino, e del mancato omicidio di Michele Favale, di Giovanni Procino e del prete Donato Capurso, furono assolti, tranne Colacicco e Ammaturo.
L’avvocato Raffaele Bovio, sindaco di Bari, difensore dei proprietari, nella sua arringa aveva affermato: Il diritto di proprietà è sacro ed inviolabile …. Difenderlo è un dovere.
L’avvocato, onorevole Enrico Ferri, difensore dei braccianti, nella sua arringa disse: In questa aula vi sono due gabbie; manca una terza, quella del vero imputato: lo Stato, il Governo. Questo verdetto di pacificazione, in realtà, non consentì di individuare, né punire i reali responsabili dell’eccidio gioiese e legittimò l’aspirazione dei latifondisti e di parte della borghesia rurale a procedere sulla strada di una regolazione violenta dei conti con il movimento operaio e contadino pugliese.
due mesi dalla storica MARCIA SU ROMA
La sentenza fu emessa dalla Corte di Assise di Bari nell’agosto del 1922, in un momento molto particolare, negli stessi giorni in cui la città visse tensioni da guerra civile, con l’aggressione dei fascisti alla Camera del Lavoro di Bari vecchia. Siamo a circa due mesi dalla futura e storica Marcia su Roma. I fatti di Gioia del Colle ebbero risonanza non solo sugli organi di stampa regionali e nazionali, ma anche in Parlamento dove furono presentate numerose interpellanze, che portarono alla costituzione di una Commissione Governativa d’inchiesta con il compito di verificare la situazione che aveva portato a scontri tra proprietari e contadini in terra di Bari, di analizzare il problema della disoccupazione e le condizioni dell’agricoltura, per proporre interventi tesi ad evitare ulteriori violente manifestazioni tra le parti.
Questo verdetto di pacificazione, in realtà, non consentì di individuare, né punire i reali responsabili dell’eccidio gioiese e legittimò l’aspirazione dei latifondisti e di parte della borghesia rurale a procedere sulla strada di una regolazione violenta dei conti con il movimento operaio e contadino pugliese. La sentenza fu emessa dalla Corte di Assise di Bari nell’agosto del 1922, in un momento molto particolare, negli stessi giorni in cui la città visse tensioni da guerra civile, con l’aggressione dei fascisti alla Camera del Lavoro di Bari vecchia. Siamo a circa due mesi dalla futura e storica Marcia su Roma. I fatti di Gioia del Colle ebbero risonanza non solo sugli organi di stampa regionali e nazionali, ma anche in Parlamento dove furono presentate numerose interpellanze, che portarono alla costituzione di una Commissione Governativa d’inchiesta con il compito di verificare la situazione che aveva portato a scontri tra proprietari e contadini in terra di Bari, di analizzare il problema della disoccupazione e le condizioni dell’agricoltura, per proporre interventi tesi ad evitare ulteriori violente manifestazioni tra le parti.
Marzagaglia è una contrada dell’agro di Gioia del Colle a 7 km dal centro abitato, in direzione Laterza. Nel territorio di tale contrada si trovava la masseria di Girardi Natale, dove il 1° luglio 1920 un gruppo di agrari fece fuoco contro i braccianti che richiedevano il pagamento della giornata di lavoro. (1° luglio 1920) e le condizioni disumane dei “nuovi schiavi”, provenienti dall’Africa o dall’Europa dell’Est, che devono ancora oggi subire l’arrogante arbitrio dei “nuovi caporali” (sempre più spesso, della loro stessa nazionalità). Bisogna riconoscere una certa correlazione nelle pratiche dello sfruttamento tra passato e presente, è necessario anche distinguere la natura, le cause strutturali e gli effetti politico-sociali della profonda crisi, che attanagliò tutta l’Europa nel primo dopoguerra, da quelli della crisi odierna. Questi due scenari di crisi, che pure hanno storicamente qualche importante elemento in comune, divergono sostanzialmente ad un’analisi più attenta delle cause e, soprattutto, delle ripercussioni a livello economico-sociale. La crisi che investì l’Europa intera nel corso del cosiddetto “biennio rosso” fu, certamente, più virulenta e rovinosa di quella odierna e costituì un passaggio epocale che travolse sia le potenze uscite sconfitte dalla Grande guerra sia quelle che invece riuscirono a prevalere militarmente.
Proprio nel biennio 1919-1920, la parola d’ordine della “terra ai contadini”, unitamente all’entrata in vigore del Decreto Visocchi-Falcioni (“Il 2 settembre 1919 veniva emanato il Decreto Visocchi-Falcioni, che, nel fare appello al senso di responsabilità degli agrari, fissava termini precisi circa l’occupazione delle terre: l’occupazione forzosa delle terre da parte di Cooperative o Enti doveva essere giustificata dallo stato di coltura delle terre stesse, terre cioè con un livello di produttività inferiore alla media colturale della zona; doveva essere considerata la possibilità migliorativa della coltura stessa; doveva essere valutata la quantità della mano d’opera disponibile e la possibilità di soddisfarne l’offerta; nella assegnazione delle terre dovevano essere privilegiati quei fondi sui quali venivano esercitati gli usi civici; ai prefetti veniva assegnato il compito di controllare la corretta costituzione e relativo funzionamento delle Associazioni agrarie e degli Enti richiedenti le occupazioni. Gravi sanzioni, infine, erano previste per quei proprietari che avessero trascurato la coltivazione delle terre ove queste fossero state riconosciute coltivabili” (Montebello 2003). )), declina in un ambiguo e pericoloso impasse applicativo.
LA RESISTENZA LUNGA: STORIA DELL’ANTIFASCISMO 1919-1945
La storica Simona Colarizi, che ha tenuto una lezione sulla Resistenza Lunga (1919-1943) agli studenti del Liceo Scientifico e Classico di Gioia del Colle ha esposto una tesi storiografica, secondo la quale la Resistenza non è stato un fenomeno limitato ai 18 mesi di lotta armata (1943-1945), ma l'atto finale di un'opposizione al fascismo durata oltre vent'anni. Il punto chiave dell'opera ha introdotto una PERIODIZZAZIONE NUOVA che parte dal 1919, dalle lotte bracciantili che resistono alle sopraffazioni dei proprietari terrieri e analizza lo scontro con lo squadrismo e proseguendo attraverso la clandestinità, l'esilio e il confino.
il pluralismo dell'Antifascismo
L'autrice ha descritto un "universo plurale" fatto di diverse culture politiche (comunisti, cattolici, liberali, socialisti) che, pur con visioni spesso divergenti, trovarono una sintesi nel progetto democratico del dopoguerra.
- Dimensione Internazionale: Il saggio sottolinea come la storia dell'antifascismo italiano sia stata influenzata dal contesto europeo, dai paesi di rifugio degli esiliati (come Francia e URSS) e dalla partecipazione a conflitti come la Guerra di Spagna.
- Radici della Costituzione: L'opera mette in luce come i valori della Costituzione italiana non siano nati in pochi mesi nel 1946, ma siano il frutto di decenni di riflessione, autocritica ed elaborazione politica delle forze antifasciste.
LUNGA E' STATA LA RESISTENZA
Dopo la resa dell’Italia, l’8 settembre 1943, la lotta armata degli antifascisti è l’ultimo capitolo di una lunga resistenza al fascismo durata più di venticinque anni. L’eroica battaglia dei partigiani in questo ultimo tragico epilogo del conflitto mondiale, diventato anche guerra civile, ha in parte oscurato la ricostruzione dell’intera storia dell’antifascismo, eroica quanto i diciotto mesi resistenziali. Lunga è stata la resistenza, iniziata nel 1919, costata feriti e caduti sotto i colpi degli squadristi, continuata dopo il 1922 nella clandestinità, nell’esilio, nelle carceri e al confino. Una condanna a vita per gli antifascisti che hanno sacrificato tutto, affetti, amori, lavoro, ma non si sono arresi. Resi invisibili agli occhi degli italiani, a loro volta imprigionati entro le mura di una dittatura totalitaria, gli antifascisti non sono rimasti passivi testimoni delle libertà e dei diritti perduti. Si sono rinnovati nei valori e nei programmi politici; hanno aperto un confronto con i cattolici, i liberali e i democratici, restati da privati cittadini nel paese fascistizzato senza però rinunciare a trasmettere i loro ideali antifascisti alle giovani generazioni che il dittatore educava al culto dello Stato fascista. Su questo ricco patrimonio di pensiero, di saperi, di progetti per il futuro, gli antifascisti hanno costruito le fondamenta della nuova Italia repubblicana e democratica.
L'ARTICOLO DI GIORNALE: LA CRONACA DI UN ECCIDIO
La crisi che investì l’Europa intera nel corso del cosiddetto “biennio rosso” fu, certamente, più virulenta e rovinosa di quella odierna e costituì un passaggio epocale che travolse sia le potenze uscite sconfitte dalla Grande guerra sia quelle che invece riuscirono a prevalere militarmente. Miseria, fame, disoccupazione e inflazione rappresentarono, soprattutto in Italia, i presupposti sociali di una crisi politica dello Stato e di legittimazione della vecchia classe dirigente liberale, già responsabile della disastrosa partecipazione al conflitto e delle sue nefaste conseguenze, incapace dopo di mantenere le “promesse della trincea”. Proprio nel biennio 1919-1920, la parola d’ordine della “terra ai contadini”, unitamente all’entrata in vigore del Decreto Visocchi-Falcioni (( “Il 2 settembre 1919 veniva emanato il Decreto Visocchi-Falcioni, che, nel fare appello al senso di responsabilità degli agrari, fissava termini precisi circa l’occupazione delle terre: l’occupazione forzosa delle terre da parte di Cooperative o Enti doveva essere giustificata dallo stato di coltura delle terre stesse, terre cioè con un livello di produttività inferiore alla media colturale della zona; doveva essere considerata la possibilità migliorativa della coltura stessa; doveva essere valutata la quantità della mano d’opera disponibile e la possibilità di soddisfarne l’offerta; nella assegnazione delle terre dovevano essere privilegiati quei fondi sui quali venivano esercitati gli usi civici; ai prefetti veniva assegnato il compito di controllare la corretta costituzione e relativo funzionamento delle Associazioni agrarie e degli Enti richiedenti le occupazioni.
l'articolo di giornale e la cronaca dell'eccidio
L'introduzione del Decreto Visocchi-Falcioni (1919) che intendeva promuovere l'accesso temporaneo a terreni incolti, creò un'incertezza applicativa che acuì la situazione. Gli agrari rifiutavano qualsiasi compromesso, preferendo la repressione violenta. Questo portò a sanguinosi scontri e alla formazione di nuove organizzazioni sindacali e politiche tra i lavoratori. L'eccidio di Marzagaglia è considerato il culmine violento di queste tensioni e scontri, sebbene non fu il solo scontro violento
I dati della crisi diventano, poi, ancora più gravi per il Mezzogiorno che vive in condizioni di arretratezza economica e sociale più marcate rispetto a quelle del resto del Paese. In tale contesto, a parte il tributo di sangue . ( Secondo le stime ufficiali, cui fa riferimento l’Albo d’oro dei caduti della prima guerra mondiale, il numero dei militari pugliesi caduti in combattimento, deceduti per altre cause o dispersi, risulta essere, complessivamente, di 28.195 unità. Sempre secondo i dati ufficiali, la stragrande maggioranza dei soldati di truppa pugliesi (26.489), caduti o dispersi nella guerra 1915-18, appartiene alla classe sociale dei braccianti e dei contadini poveri. In particolare, anche fra i 351 caduti gioiesi prevale di gran lunga una provenienza sociale riconducibile agli strati più poveri del mondo rurale. (Fonti: Biblioteca militare centrale, Roma; Archivio storico, Comune di Gioia del Colle/Biblioteca comunale “Don Vincenzo Angelilli”). che i braccianti e i contadini poveri pugliesi dovranno purtroppo versare direttamente “per Trento e Trieste”, tutti gli indicatori sociali della crisi post-bellica manifestano in Puglia impressionanti impennate, che fotografano la desolante realtà di miseria e disperazione delle masse popolari nelle campagne e nei centri rurali della regione.
LO STORYBOARD DELLA GRAPHIC NOVEL
Contenuto:
Una visualizzazione del profondo divario sociale a Gioia del Colle.
Scena chiave: Da un lato, l'opulenza dei palazzi degli agrari; dall'altro, la miseria dei "tuguri" dove vivono le famiglie dei contadini. • Contesto storico: Al ritorno dalla guerra, i reduci trovarono fame, disoccupazione e prezzi altissimi, mentre la terra restava nelle mani di pochi grandi proprietari.
L’EREDITÀ DELLA MEMORIA
• Contenuto: Chiusura del cerchio narrativo e ritorno al presente. • Scena chiave: Il ragazzo stacca la mano dalla lapide. Il suo sguardo è cambiato: ora vede i volti e le storie dietro quei nomi. • Contesto storico: La lapide, posta nel 1973 dopo decenni di silenzio, ricorda i tre diritti fondamentali per cui quegli uomini morirono: Pane, Lavoro e Terra
La graphic novel (o romanzo grafico) non è semplicemente un "fumetto lungo", ma una forma d'arte autonoma che fonde letteratura e arti visive in un linguaggio unico. Il suo valore risiede nella capacità di affrontare temi complessi con una profondità e una sensibilità spesso precluse ad altri media.
La graphic novel sfrutta la narrazione sequenziale. Mentre la parola scritta evoca immagini nella mente del lettore, il disegno le concretizza, permettendo di giocare con il tempo, lo spazio e le emozioni attraverso il layout delle tavole. Il "valore" sta nel fatto che il lettore non legge solo il testo e non guarda solo i disegni: interpreta la loro interazione. Strumento di Testimonianza (Graphic Journalism) È diventata uno dei mezzi più efficaci per il reportage e la memoria storica, con una forza empatica straordinaria, rendendo accessibili eventi storici complessi a un pubblico vasto.
La graphic novel ha spesso un'impronta autoriale ed esistenzialista. Permette un'indagine psicologica profonda (si pensi ai lavori di Gipi o Zerocalcare) e una libertà stilistica che trasforma ogni volume in un pezzo unico di design e narrazione. Il valore di una graphic novel sta nella sua natura democratica: riesce a essere colta e popolare allo stesso tempo, trasformando il "leggere" in un'esperienza multisensoriale che coinvolge sia la logica del testo che l'emotività dell'immagine.
“La realizzazione di questo fumetto è partita dal desiderio di raccontare una storia poco conosciuta, cercando di capire meglio il periodo storico e le condizioni di vita delle persone coinvolte. Mi sono avvicinato a questo tema con curiosità e attenzione, provando a ricostruire non solo i fatti, ma anche le sensazioni e le difficoltà di quel tempo.
Una parte fondamentale del lavoro è stata l’analisi del vestiario e delle ambientazioni. Ho osservato fotografie d’epoca per rappresentare abiti semplici, spesso rovinati, tipici delle classi contadine e dei reduci, cercando di trasmettere visivamente la fatica e la precarietà della loro condizione. Allo stesso modo, ho studiato gli spazi: le campagne aride, le piazze dei paesi, i luoghi di ritrovo e protesta, con l’obiettivo di rendere credibile e immersiva ogni scena.
Dal punto di vista creativo, ho cercato di immedesimarmi nei protagonisti, immaginando le loro emozioni contrastanti: la speranza di una vita migliore al ritorno dalla guerra e la frustrazione di fronte alla disoccupazione e alla carestia. Questo mi ha guidato nella costruzione delle scene, fino a rappresentare il momento tragico della repressione armata, cercando di restituire tutta la drammaticità e l’ingiustizia di quegli eventi.
Il fumetto si sviluppa quindi dall’incontro tra ricerca storica e interpretazione personale, con l’intento di dare voce, attraverso immagini e racconto, a una pagina dolorosa della storia, forse troppo poco conosciuta.”
"Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia". (Antonio Gramsci)
DAI LIBRI DI SCUOLA ALLE FONTI D'ARCHIVIO: LE BIOGRAFIE DEI PARTIGIANI GIOIESI
La lezione ha preso l'avvio da un video che ricostruisce la storia della Resistenza a partire dal giorno successivo all'8 settembre 1943 e consenta di riconoscere il ruolo dei partigiani a partire dalle professioni svolte fino alla data dell'armistizio e LA SCELTA FATTA dopo tale data. Sono state fatte ascoltare agli studenti le testimonianze di alcuni partigiani che hanno ricostruito le loro esperienze di lotta e guerriglia. E' stato poi chiesto agli studenti di ordinare i dati anagrafici, l'incarico ricoperto, i luoghi di combattimento e di elaborare le storie dei partigiani attraverso la metodologia del ROLE PLAYING, per consentire ai ragazzi di passare dalla condizione generica della storia ad una più prossima ai personaggi raccontati.
LA CONSULTAZIONE DELLE BIOGRAFIE DEI 45 PARTIGIANI GIOIESI
Dalla 'Massa' all'Individuo
Spesso la Resistenza viene studiata come un movimento corale, un insieme di grandi eventi bellici e politici. Tuttavia, l'archivio ribalta questa prospettiva attraverso un approccio di Umanizzazione della Storia: Dietro ogni nome c'è un mestiere (contadino, operaio, studente), un'età e una provenienza geografica. Leggere i dati permette di capire che la scelta partigiana non fu sempre 'ideologica' in senso stretto, ma spesso dettata da necessità morali, stanchezza della guerra o legami territoriali.
Ricostruire la Rete Territoriale
Un archivio biografico permette di mappare la Resistenza non solo sui libri di scuola, ma sotto casa propria.
Saper leggere questi dati significa: Comprendere come una determinata valle o un quartiere urbano abbiano risposto all'occupazione. Identificare i flussi migratori: molti partigiani combatterono lontano da casa, e i dati d'archivio spiegano questi spostamenti, rivelando una solidarietà nazionale che superava i confini regionali.
INTERPRETARE UNA SCHEDA BIOGRAFICA
La Valenza Scientifica e Civile Interpretare correttamente una scheda biografica (spesso derivata dai fondi 'Ricompart', le commissioni per il riconoscimento della qualifica partigiana) richiede attenzione critica alle qualifiche dei combattenti. la ncessità di distinguere tra Partigiano combattente, Patriota o Benemerito aiuta a capire i diversi gradi di coinvolgimento e rischio. Il Ruolo delle Donne: spesso sottorappresentate nei racconti ufficiali del dopoguerra, le donne emergono dagli archivi come figure chiave (staffette, infermiere, combattenti), permettendo una rilettura di genere della lotta di liberazione.
Contrastare il Revisionismo
L'archivio, un baluardo di oggettività
In un’epoca di fake news e semplificazioni storiche, l'archivio è l'unico baluardo di oggettività. Saper leggere i dati significa basarsi su documenti prodotti nel momento dei fatti o immediatamente dopo. Questo permette di: Verificare i percorsi individuali; Documentare i sacrifici (carcere, deportazione, ferite) con precisione chirurgica; Evitare generalizzazioni che tendono a equiparare responsabilità storiche differenti.
ATTIVITA': CREARE UN SITO CHE CONSENTA DI RACCOGLIERE LE BIOGRAFIE DEI PARTIGIANI Saper leggere un archivio ANPI significa trasformare un elenco di nomi in una memoria viva. È il passaggio dal 'sapere che è successo' al 'capire come è stato possibile'. Ogni biografia è un frammento di libertà che ci è stato consegnato: decodificarla è il primo passo per non darla per scontata.
I PARTIGIANI GIOIESI SUI SENTIERI DELLA LIBERTA'
TRASFORMARE UN ELENCO DI NOMI IN UNA MEMORIA VIVA
IL PAPAVERO : RESILIENZA E RESISTENZA DELLA NATURA DELL’UOMO LIBERO
Il papavero è il simbolo della Resistenza e del 25 aprile in Italia perché rappresenta il fiore dei partigiani, capace di fiorire spontaneamente sui campi di battaglia devastati, ricordando il sacrificio e il sangue versato per la libertà. La sua natura libera, che appassisce se colta, lo rende un emblema di tenacia e indipendenza.
Dopo le devastazioni della guerra, i papaveri furono tra i primi fiori a crescere sui terreni bombardati, simbolo di vita che vince sulla morte. Il rosso intenso dei petali rievoca il sangue dei caduti, come citato anche nella cultura popolare e nelle canzoni.
Il papavero cresce spontaneamente nei campi e lungo i binari; è fragile ma tenace e, se reciso, appassisce subito, rappresentando l'impossibilità di "imprigionare" la libertà.
Il fiore è un monito per le future generazioni.
le tappe della “Resistenza lunga” : dal Biennio Rosso alla Liberazione d’Italia (1919-1945)
“Identikit del partigiano” grafica
NICOLA CAPOZZI, il volto dell'antifascismo "civile" e politico del Sud Italia
ESPONENTE DI SPICCO DEL SOCIALISMO GIOIESE
Nicola Capozzi rappresenta una figura di primo piano nel panorama del sindacalismo rivoluzionario e dell'antifascismo pugliese della prima metà del Novecento. La sua vita è stata una testimonianza coerente di dedizione alla causa degli "ultimi", i braccianti, in una terra segnata da profonde ingiustizie sociali e dal dominio del latifondo. Ecco i punti chiave per introdurre il suo impegno storico:
La guida delle lotte bracciantili
Capozzi emerse come leader carismatico nel contesto delle lotte agrarie nel Barese (in particolare a Gioia del Colle). In un'epoca in cui il bracciantato viveva in condizioni di semi-schiavitù, egli si fece promotore di istanze radicali: - Organizzò scioperi per ottenere paghe dignitose e orari di lavoro umani; - Fu un fiero sostenitore del controllo sindacale sul mercato del lavoro, per sottrarre i contadini al ricatto dei caporali e dei grandi proprietari terrieri; - Non si limitò alla protesta economica, ma lavorò per formare una coscienza politica nei lavoratori della terra.
L'opposizione intransigente al Fascismo
Con l'ascesa delle squadre d'azione fasciste, Capozzi divenne uno dei principali bersagli dello squadrismo agrario. La sua resistenza non fu solo ideologica, ma fisica e organizzativa:
- Difesa delle Camere del Lavoro: Si oppose con forza ai tentativi di distruzione dei centri di aggregazione operaia e contadina.
- Persecuzione e confino: A causa della sua attività sovversiva e della sua fedeltà ai valori di libertà, subì la violenza del regime, che cercò di neutralizzarlo attraverso il carcere e il confino, senza tuttavia riuscire a piegare la sua tempra morale.
Il valore del sindacalismo rivoluzionario
L'impegno di Capozzi si inserisce nel solco del sindacalismo rivoluzionario, una corrente che vedeva nel sindacato (e non solo nel partito) lo strumento principale per la trasformazione della società. Questo approccio lo portò a essere una figura di raccordo fondamentale tra le istanze locali e il movimento operaio nazionale.
GIACOMO MATTEOTTI: il simbolo dell'opposizione morale al fascismo
colui che non si limitò a criticare l'ideologia, ma ne svelò la natura criminale e corruttiva attraverso i fatti.
A differenza di molti contemporanei che sottovalutarono il movimento di Benito Mussolini, Matteotti ne comprese subito la natura intrinsecamente violenta e antidemocratica. Non si limitò a una critica ideologica, ma denunciò sistematicamente le illegalità e le violenze squadriste che accompagnavano l'ascesa del fascismo.
Il discorso del 30 maggio 1924
Il momento culminante della sua carriera politica coincise con l'inizio della fine della sua vita. Il 30 maggio 1924, alla Camera dei Deputati, Matteotti pronunciò un discorso durissimo in cui chiedeva l'annullamento delle elezioni politiche dell'aprile precedente, denunciando i brogli e le intimidazioni perpetrate dai fascisti.
"Voi volete ricacciare il Paese indietro, verso l'assolutismo. Noi difendiamo la libertà!"
Consapevole del rischio che stava correndo, al termine del discorso disse ai suoi compagni: "Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il mio elogio funebre".
Il 10 giugno 1924, Matteotti fu rapito a Roma da una squadraccia fascista guidata da Amerigo Dumini e brutalmente ucciso. Il suo corpo fu ritrovato solo due mesi dopo, il 16 agosto, nel bosco della Quartarella. L'omicidio scosse profondamente l'opinione pubblica e portò il regime di Mussolini a un passo dal crollo (la cosiddetta "Crisi Matteotti"). Tuttavia, la debolezza delle opposizioni — che scelsero la protesta simbolica dell'Aventino — permise a Mussolini di riprendere in mano la situazione, portandolo al celebre discorso del 3 gennaio 1925 in cui si assunse la "responsabilità politica, morale e storica" dell'accaduto, dando ufficialmente inizio alla dittatura a viso aperto.
Giacomo Matteotti è oggi ricordato come il primo vero martire dell'antifascismo. La sua figura resta un simbolo universale della libertà di parola e della coerenza civile: un uomo che preferì la morte al silenzio complice.
GIUSEPPE DI VAGNO: il "Gigante Buono" o il "Matteotti del Sud"
Di Vagno fu eletto deputato nel 1921 a soli 32 anni. La sua ascesa parlamentare fu rapidissima, così come la consapevolezza del pericolo che rappresentava per i grandi proprietari terrieri e per le neonate squadre fasciste. Venne soprannominato il "Matteotti di Puglia" perché, proprio come Giacomo Matteotti, fu vittima di un’imboscata pianificata per mettere a tacere una voce libera, colta e profondamente democratica.
Di Vagno rappresenta una delle figure più nobili e tragiche del socialismo riformista italiano. La sua testimonianza è fondamentale non solo per il valore politico, ma perché segna il primo brutale omicidio di un parlamentare per mano dei fascisti, avvenuto addirittura tre anni prima del delitto Matteotti.
PRESENTAZIONE DI “NESSUNA GRAZIA” di COSIMO DAMIANO D’AMATO
Tutto inizia tra le fredde mura di un carcere. Bastano poche parole e ci si sente subito proiettati nel fetore di quel posto, nell’umiliazione vissuta come quotidianità, nell’isolamento, nella cancellazione di ogni umanità. La scrittura è sincopata, con un andamento scattante, vivace, dinamico. I personaggi hanno volti di creta incapaci di ridere, corpi inariditi dalla prigionia e dall’inattività. Nessuna grazia, Gramsci e Pertini, una storia di prigionia e resistenza è la storia di uomini tenaci che, grazie alla loro fede negli ideali politici in cui credono, accettano anni di dura prigionia senza mai abbandonare le proprie convinzioni.
“Luponio, la mia risposta è no. Ho a cuore Gramsci ma ti ripeto che lui non accetterà mai di scappare. L’infiammazione al polmone è sempre più forte. E poi, voi? Una volta fuori che farete? Continuerete a scannarvi? Anarchici e comunisti? Capisco che volete il mio aiuto, certo, sono l’unico socialista a Turi. La notizia che “anarchici, comunisti e socialisti fuggono insieme dal carcere” può essere la speranza di una alleanza comune contro il fascismo, ma se poi una volta fuori ognuno andrà per la sua strada è tutto inutile”.
Il procuratore militare MARCO DE PAOLIS ha svolto un ruolo cruciale nell'apertura e nell'indagine sui 695 fascicoli dell'ARMADIO DELLA VERGOGNA, scoperto nel 1994, questo archivio conteneva prove occultate relative a stragi nazifasciste in Italia (1943-1945), permettendo di istruire processi, come quelli di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto, e ottenere condanne per i crimini di guerra.
PRESENTAZIONE DI “LIBERTÀ A CARO PREZZO” di GIOVANNI CAPURSO
Intransigente e tenace, Gioacchino Gesmundo è uno dei martiri per la libertà a cui la nostra Repubblica è debitrice. Le vicissitudini familiari e il contesto semplice e rurale del paese nel quale visse da giovane lo portarono a maturare una forte sensibilità per la giustizia sociale. Dopo numerosi sacrifici, a Roma realizzò la sua vocazione di intellettuale come maestro elementare, professore di Filosofia e Storia e assistente all’Università. Erano gli anni della dittatura. La sua formazione ed emancipazione economica avvennero parallelamente alla graduale insoddisfazione e al disagio verso il clima politico presente nel paese. La caduta del regime segnò la sua decisione di iscriversi al Partito Comunista, frutto di una lunga maturazione interiore. Con l’occupazione nazista di Roma la sua attività s’intensificò: ospitò nella sua casa di via Licia, prima la redazione clandestina de “L’Unità” e poi l’arsenale dei GAP romani. Fu capo locale del controspionaggio e teneva corsi di formazione ideologica ai compagni di lotta. Catturato il 29 gennaio 1944 dopo una denuncia, fu tra i primi tre individuati dei 335 martiri delle Fosse Ardeatine.
la PASSEGGIATA ANTIFASCISTA 21 APRILE 2026
La Passeggiata Antifascista per le strade di Gioia del Colle, guidati da un appassionato di Storia locale e rivivere la stessa dalle sue parole è un potente simbolo di riappropriazione dello spazio pubblico e di riaffermazione dei valori democratici. Idealmente Paolo ha consegnato il testimone alle nuove generazioni che hanno riletto i passaggi chiave delle azioni fasciste, dei loro soprusi, ma anche la resistenza di personaggi come Nicola Capozzi che hanno mostrato come la tenacia e la ferma determinazione sconfiggono ogni angheria. Il camminare insieme si trasforma in un gesto politico e civile profondo.
La Memoria come Esercizio Attivo
A differenza di una lezione frontale o di una lettura individuale, la passeggiata trasforma la memoria in un movimento fisico. Ripercorrere le strade che furono teatro di scontri, di arresti o di atti di resistenza significa togliere la storia dai libri e riportarla "sul campo. Ogni pietra, piazza o targa diventa un monito vivo. Camminare lentamente permette di riflettere sul sacrificio di chi, in quegli stessi luoghi, ha lottato per la libertà.
In epoca fascista, le piazze erano spesso scenario di adunate forzate e dimostrazioni di forza del regime. La passeggiata antifascista ribalta questo paradigma. Mentre il regime esigeva ordine e uniformità, la passeggiata è caratterizzata dalla varietà di voci, generazioni e colori. È un modo per dire che lo spazio pubblico appartiene alla comunità dei cittadini liberi e che non c'è posto per nostalgie autoritarie o rigurgiti di odio.
Il significato della passeggiata risiede profondamente nell'incontro tra le generazioni Vedere adulti che hanno vissuto la Resistenza e sanno cosa sia stata e camminare accanto a giovani studenti crea un passaggio di testimone immediato e tangibile, rafforza l'idea che la democrazia sia un bene comune da difendere insieme, mai una conquista individuale e definitiva.
4. Un Monito per il Presente
L'antifascismo, in questo contesto, non è solo "anti-storico", ma è una scelta pro-attiva:
"La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare." (Piero Calamandrei)
La passeggiata serve a ricordare che i meccanismi di esclusione, discriminazione e violenza verbale possono ripresentarsi sotto nuove forme.
Camminare oggi significa impegnarsi a non essere indifferenti domani.
Decidere di proporre la passeggiata antifascista è un modo per dimostrare come la Costituzione non è un pezzo di carta, ma un cammino che prosegue ogni giorno, fatto di passi condivisi, vigilanza critica e, soprattutto, del rifiuto radicale di ogni forma di sopraffazione.
INSEGNARE LA RESISTENZA OGGI
Insegnare la Resistenza oggi, in un’aula di liceo, significa navigare in un paradosso: stiamo parlando di un evento che per i nostri studenti è cronologicamente lontano quanto il Risorgimento, ma che ha un’urgenza etica più attuale che mai. Non è più il tempo della retorica celebrativa, che spesso produce l'effetto contrario – noia o distacco – ma il tempo di una Resistenza intesa come "grammatica della cittadinanza".
LA RESISTENZA COME ESERCIZIO DI SCELTA Non si tratta solo di soffermarsi sulla cronologia delle battaglie, ma sulla scelta individuale. Ai ragazzi di oggi, spesso schiacciati da algoritmi che decidono per loro o da un senso di impotenza verso il futuro, la Resistenza insegna che il "No" di un singolo può cambiare la traiettoria della collettività.
DALLA MEMORIA ALLA STORIA
Oggi stiamo vivendo il passaggio delicato dalla memoria viva (quella dei testimoni che ci stanno lasciando) alla storia documentata.
- La sfida: Evitare che i partigiani diventino "santini" immobili.
- La soluzione: Portare in classe i documenti, le lettere dei condannati a morte, i diari. Far sentire il peso del dubbio, della paura e dell'incertezza che quegli uomini e quelle donne provarono.
DALLA TEORIA CRITICA DI CLAUDIO PAVONE SULLA RESISTENZA COME GUERRA CIVILE
A oltre mezzo secolo di distanza è ormai convinzione comune che occorra un ripensamento della Resistenza, sulla quale tutti mostriamo troppo facili certezze. Si tratta, soprattutto, di riconoscere a questi fatti la loro dignità di grande evento storico, sottraendoli ai ricorrenti rischi della retorica celebrativa o alle strumentalizzazioni di parte spesso riduttive e liquidatorie. Il libro affronta temi cruciali legati al passaggio dall'italia fascista all'Italia del dopoguerra visti sotto il profilo della "moralità" operante nei protagonisti. Nell'analisi degli eventi tra il settembre 1943 e l'aprile 1945, Claudio Pavone distingue tre aspetti: la guerra patriottica, la guerra civile e la guerra di classe - «tre guerre» che sono spesso combattute dallo stesso soggetto - introducendo così una novita interpretativa in grado di cogliere tutte le sfumature e di attraversare orizzontalmente una realtà storica di estrema complessità. Gli argomenti presi in esame - tra i quali l'eredità della guerra fascista, il dissolversi delle certezze istituzionali, le fedeltà e i tradimenti, il valore fondante della scelta, il rapporto fra le generazioni, l'utopia e la realtà, il grande nodo del la violenza - ci costringono a riflettere su alcune questioni brucianti e sempre attuali, prima fra tutte quella del rapporto tra la politica e la morale nella vicenda storica.
UNA RESISTENZA AL “PLURALE”
Insegnare la Resistenza oggi significa anche mostrare la sua complessità. Non è stata una monolite, ma un mosaico:
- Il ruolo delle donne: Non più solo "staffette" (termine che a volte sminuisce), ma dirigenti politiche e combattenti.
- I militari (IMI): Le centinaia di migliaia di soldati che nei lager nazisti dissero "no" a Salò.
- I civili: Chi ha nascosto un perseguitato rischiando la vita senza mai imbracciare un fucile.
IL VALORE DEL “PARTIGIANO” NEL XXI SECOLO
L'etimologia di partigiano deriva da "parte": qualcuno che sceglie da che parte stare, che non accetta l'indifferenza. In un mondo che corre verso la polarizzazione superficiale dei social, la Resistenza insegna la scelta meditata e responsabile.
"L'indifferenza è il peso morto della storia. La Resistenza è stata l'esatto opposto: l'assunzione di una responsabilità che nessuno aveva chiesto, se non la propria coscienza."
CONCLUSIONE: La Costituzione come testamento biologico
PIETRO CALAMANDREI, Discorso sulla Costituzione, Milano, 26 gennaio 1955
Il traguardo finale di ogni riflessione sulla Resistenza in un liceo deve essere la Costituzione. Non come un elenco di articoli da imparare a memoria, ma come il "testamento biologico" di chi è caduto.
Stella Loredana Lippolis
CREDITI E REALIZZAZIONE DEL SITO WEB
Ideazione del progetto e delle attività realizzate, a cura della docente esperta del Corso “La conoscenza della Storia locale: I volti di Gioia: storie di vita e di identità" Prof.ssa Stella Loredana Lippolis Tutor del corso Prof.ssa Giuseppina Anna Elmi, docente di Storia e Filosofia Progettazione del sito Prof.ssa Stella Loredana Lippolis Realizzazione del sito e Graphic Creator Sara Cetera – Classe 5E Videomaker per le riprese delle interviste Simona Di Gregorio 5B Liceo Scientifico Testi Prof.ssa Stella Loredana Lippolis, docente di Storia e Filosofia Esperti coinvolti Paolo Covella Nicola Signorile Collaborazioni A.N.P.I di Gioia del Colle Archivio Fondazione Di Vagno di Conversano La Voce del Paese Giornale locale Booktrailer Sara Cetera 5E Liceo Scientifico Claudia Abbondanza 5E Liceo Scientifico Christian Castellaneta 5E Liceo Scientifico Michelangelo De Palma 5E Liceo Scientifico Video introduttivo – “La nostra Definizione di Resistenza” Sofia Albanese 5B Liceo Scientifico Graphic Novel Prof.ssa Olimpia Piragina, docente di Arte Francesco Di Napoli 5B Liceo Scientifico Ringraziamenti Si ringraziano: la Dirigente Scolastica Prof.ssa Giovanna Cancellara il Presidente dell’ANPI dott. Matteo Mazzaraco Paolo Covella, Piera De Giorgi, Gianfranco Falcone, Nicola Signorile per aver promosso la collaborazione tra le scuole e l'Anpi di Gioia del Colle. Dalila Bellacicco e La Voce del Paese per aver condiviso sul giornale locale gli articoli prodotti. Bibliografia e fonti La Resistenza Lunga, Storia dell'Antifascismo (1919-1943), Simona Colarizi. Puglia Anfifascista, Mario Dillio, Adda editore, Bari, 1977 Socialismo e Antifascismo a Gioia del Colle, Ermando Ottani, Suma editore, Bari. L'Antifascismo non serve più a niente, Carlo Greppi, GLF, Laterza, Bari. Libertà a caro prezzo, Gioacchino Gesmundo, ed. ERF, Bari. Nessuna grazia, Cosimo Damiano Damati,