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DOPPIO GIOCO A CENTRAL PARK

staffetta narrativa 2025-2026

Uno dei primi giorni d’autunno, la nebbia bassa sulla città nell’alba silenziosa e l’aria frizzante che penetrava nei polmoni: a Margherita piaceva svegliarsi presto al mattino e correre nel parco sotto casa prima di fare colazione e andare al lavoro. Prima di iniziare una delle tante giornate faticose e stressanti di cui era composta la sua vita, ripetitiva e monotona, anche se apparentemente di grande successo. In giro non c’era ancora nessuno, la corsa di Margherita proseguiva regolare e veloce, i pensieri liberi di vagare nelle direzioni più imprevedibili: il passato, i sogni, i progetti mai realizzati e quelli da realizzare. Qualche anno prima l’offerta di lavoro a New York e il conseguente trasferimento l’avevano entusiasmata ma ora si chiedeva se non avrebbe fatto meglio a rifiutare, a non allontanarsi dal suo piccolo paese della provincia italiana, tanto piccolo quanto rassicurante. L’impatto con la Grande Mela era stato molto negativo e aveva resistito solo per non ammettere le sue debolezze. Il successo nel suo lavoro di arredatrice l’aveva solo in parte ripagata per la solitudine, per la lontananza da tutti quelli che l’amavano e che lei amava, ma forse ora stava per arrivare la svolta: lo studio per cui lavorava le aveva prospettato di diventare socia e ciò avrebbe significato maggiore responsabilità ma anche più libertà creativa e soddisfazione. Intanto correva veloce, con il cuore gonfio di sentimenti opposti, senza badare a ciò che aveva intorno, tutta concentrata su sé stessa, ma non così tanto da non vedere un uomo disteso supino sull’erba accanto al viale che lei stava percorrendo. Margherita si fermò impaurita ed esitante: un ubriaco che poteva diventare molesto? Una persona in difficoltà che andava aiutata? Nell’indecisione prevalse il suo buon cuore e si avvicinò, cercando di capire. Con raccapriccio si accorse che una pozza di sangue si allargava sotto il corpo e capì di essere davanti alla scena di un crimine.

1

  Si avvicinò lentamente con la testa che le girava e la vista offuscata dall’ansia. Trovandosi vicino al cadavere notò ciò che da lontano non era riuscita a distinguere: riconobbe in lui il suo collega, Michael. Era vestito con una tuta da corsa verde militare che lo mimetizzava nel parco, delle scarpe da jogging e uno scaldacollo lungo fin sopra la bocca, per ripararsi dal freddo. Legata al braccio aveva una fascia contenente il suo telefono e stava indossando gli AirPods che, anche dopo l’aggressione, continuavano a riprodurre musica. Era un uomo sensibile ma determinato e leale, proprio per questo era deciso a confessare ciò che avevano scoperto insieme nei giorni precedenti. Margherita era sotto shock, pietrificata; non si era mai trovata davanti ad una situazione del genere, il suo fragile carattere non le permetteva nemmeno di fare amicizia, figuriamoci far fronte ad un omicidio. La sua insicurezza però non poteva avere la meglio. Si inginocchiò accanto a lui intuendo il motivo per cui lo avevano ucciso e si sentì in colpa per non aver avvertito prima la polizia. Alle sue spalle sentì mormorare: “Scusa, sono costretto a farlo ma non ce l’ho con te”. Vide un uomo alto e muscoloso e con capelli ricci. Quella mattina indossava una tuta nera con sopra un gilet un po’ malandato e un paio di scarpe ugualmente usurate: si potevano percepire le sue condizioni difficili, familiari e economiche. In mano teneva una pistola. La vittima non ebbe neanche il tempo di girarsi che avvertì un dolore atroce alla schiena. Cadde a terra accanto al suo fedele amico e con occhi lucidi e lacrimanti guardò per l’ultima volta il volto di Michael. In quel momento pensò a quella vita che non avrebbe mai potuto vivere fino in fondo; gli anni che le stavano dinanzi le avrebbero sicuramente permesso di costruire la sua personalità. Le venne in mente quella piccola città, Cuneo, dove era nata, l’università a Milano, il lungo viaggio, la solitudine appena arrivata a New York, nell’East Harlem. I primi giorni di lavoro erano stati faticosi ma allo stesso tempo appaganti. Poi era arrivato un nuovo collega, Michael, con cui aveva legato ed erano diventati subito amici. Da allora si incontravano tutte le mattine andando a correre. Tra loro l’atmosfera era serena e gioiosa, fino a quando Margherita per una ricerca di lavoro era finita nei magazzini dell’azienda; là vide un uomo e, vinta dalla curiosità, decise di seguirlo. Così facendo scoprì ciò che non avrebbe dovuto sapere. Naturalmente si era confidata immediatamente con Michael, il quale aveva confessato di aver già notato dei movimenti sospetti.   L’amministratore delegato, dopo aver controllato le telecamere, decise di convocarli per comprare il loro silenzio. I due finsero di accettare, e tuttavia avevano già deciso di raccontare tutto alla polizia. Quel giorno infatti si sarebbero dovuti incontrare apparentemente per andare a correre come al solito e in realtà per raggiungere il commissariato. Un’improvvisa sensazione di freddo richiamò Margherita alla realtà, guardò per l’ultima volta il viso del caro amico e spirò.

2

  Era l’alba e la nebbia autunnale offuscava la vista. Sembrava essere una mattina come le altre e Jonathan, un anziano signore di circa settant’anni, stava facendo la sua solita passeggiata mattutina, quando all’improvviso sentì un botto che non riuscì bene a definire a causa del suo udito ovattato. Allora decise di dirigersi verso il luogo da cui aveva sentito provenire l’acuto rumore per capire da cosa era stato provocato. Seguì il suo istinto e girò al primo vicolo a destra, e poco dopo si ritrovò davanti ad una scena inquietante: due corpi, un ragazzo e una ragazza, distesi a terra privi di vita. Con un sussulto si portò la mano davanti alla bocca spalancata per l’orrore che aveva di fronte; il suo cuore, che era già affaticato dall’età, iniziò a battere all’impazzata. Doveva fare qualcosa. Con le mani tremanti prese il cellulare e compose il numero 911. La centrale operativa rispose immediatamente: “911, di che emergenza si tratta?”. Dalla bocca dell’uomo uscirono frasi spezzate ma riuscì a farsi capire. La donna dall’altra parte del telefono mandò due pattuglie della polizia e due ambulanze sulla scena del crimine e gli disse di mantenere la calma. Jonathan ripose il telefono nella tasca dei pantaloni e osservò meglio i dettagli di ciò che aveva davanti. L’odore metallico del sangue era pungente, la scena raccapricciante era in contrasto con il paesaggio splendido di Central Park. Vicino ai corpi notò un pezzo di carta stropicciato, incuriosito lo afferrò e cercò di lisciarlo. Fece per aprirlo per leggerne il contenuto ma il suono delle sirene lo interruppe. L’arrivo della polizia e dei soccorsi fu immediato e squarciò il silenzio mattutino. Il rumore delle sirene e i forti lampeggianti si spensero di colpo. I poliziotti una volta scesi delimitarono la scena del crimine e i medici, dopo aver verificato l’assenza di battito, constatarono il decesso dei giovani.   Subito dopo una berlina nera lucida si fermò con precisione chirurgica ai margini del luogo del delitto. ​La Detective Allen scese dalla vettura con un movimento fluido e veloce, la testa alta e lo sguardo sicuro. Alle 6:30, mentre il resto della città si svegliava a fatica, i suoi capelli scuri erano già raccolti in uno chignon, che le metteva in evidenza i lineamenti pronunciati, impreziositi da occhi scuri intensi e vivaci che non si lasciavano sfuggire mai nulla. Indossava un cappotto lungo e nero, sartoriale, che le fasciava la figura con eleganza, conferendole un’aria autorevole. Sotto il cappotto una camicia bianca, abbinata ad un paio di pantaloni grigi a palazzo. In mano teneva stretta la sua cartella, suggerendo che era pronta per affrontare una giornata intera in tribunale o sulla scena di un crimine. La sua pronuncia era perfettamente calibrata e sofisticata. Nonostante l’ora, i suoi occhi scansionavano l’ambiente con un’intensità che non tollerava sonnolenza o errori. Non aveva bisogno di una tazza di caffè per attivarsi; la sua mente era già impostata per affrontare ciò che vedeva davanti a sé, grazie all’esperienza accumulata negli ultimi quindici anni. Mentre si dirigeva verso i nastri gialli, la sua andatura era decisa, priva di esitazioni. Si chinò appena per non sporcare il cappotto e iniziò immediatamente a dettare osservazioni nel registratore, concentrandosi sul fatto che gli AirPods fossero ancora in funzione. Un dettaglio insignificante ma per lei cruciale, prova che l’uomo era stato preso alla sprovvista e non aveva avuto il tempo per difendersi. La detective Allen si avvicinò cautamente all’uomo che aveva allertato i soccorsi, mentre la polizia ispezionava i due corpi inermi. Qualcosa le pareva già strano, quasi architettato. Eppure, ancora non c’erano prove concrete. L’anziano tremava e i suoi occhi rimanevano fissi verso le due grandi pozze di sangue. Allora, la donna parlò con delicatezza: “Signore, mi scusi...” Lo sguardo dell’uomo s’alzò, lentamente, quasi come se avesse paura. Si schiarì la voce e rispose: “Sì, salve… buongiorno. Mi dica”. “Salve, qui NYPD, sono la detective Nora Allen e vorrei farle qualche domanda riguardo al crimine appena accaduto. Se lei è disponibile, vorrei fare una chiacchierata” disse, porgendogli gentilmente la mano. L’anziano la scrutò attentamente, notando i dettagli del viso della donna: i suoi occhi scuri lo guardavano con dolcezza e rassicurazione e notò un accenno di sorriso. “Certo, sarei lieto di poter dare una mano”. Allen prese il suo taccuino: “Dunque, riesce a dirmi il suo nome?” “Sono Jonathan… Jonathan Hayes”. “Benissimo, signor Hayes. Può descrivermi la scena a cui ha assistito?”. Con un po’ di esitazione, Jonathan iniziò la sua descrizione: raccontò ogni dettaglio di ciò che aveva sentito e del poco che aveva visto. Allen prese attentamente appunti, la fronte corrugata per la concentrazione. “Nient’altro? Non conosce nessuna delle vittime?”. L’uomo scosse la testa e l’investigatrice inspirò profondamente dal naso, ma prima che potesse chiedere altro, Hayes la fermò: “Aspetti! Ho trovato questo!”. Frugò nella tasca dei pantaloni dei jeans ed estrasse un biglietto. La detective lo prese incuriosita. Scrutandolo, capì essere un biglietto da visita di un hotel che si trovava nei dintorni, l’Umbrella Hotel. “La ringrazio, Hayes, questo sarà un buon inizio. Ora vada dai miei colleghi, le faranno qualche controllo e domanda di rito. Buona giornata!”. E con un gesto della mano, salutò l’uomo e gli agenti, dirigendosi frettolosamente verso il luogo indicato. Prese in mano il cellulare e digitò il numero del suo assistente, Julian Reed. “Pronto, Julian.” “Oh, Nora, hai il potere di disturbarmi sempre quando sto cercando di rilassarmi prima del duro lavoro” esordì con una finta offesa. “Poco importa adesso, cretino! Tra cinque minuti ti voglio in questo luogo. Ti mando la posizione, non provare a fare nemmeno un minuto di ritardo. Non fare domande, ti spiegherò tutto più tardi. Abbiamo un nuovo caso da risolvere”.                      

3

  Non ebbe il tempo di rispondere che Nora attaccò la chiamata, come era solita fare. Julian si alzò a fatica dal letto, erano solo le 6.44. Stanco, con passi pesanti, afferrò il minimo indispensabile e uscì verso l’ascensore. Invano premeva freneticamente il pulsante luminoso attendendo l’arrivo lento dell’elevatore. Solitamente se la sarebbe presa comoda, ma il tono della collega lo aveva scosso. Le porte finalmente si aprirono e lui si fiondò all’interno dell’abitacolo. Appoggiato alle pareti, con le braccia conserte, picchiettava nervosamente l’indice sul cappotto, mentre una musica sgradevole aleggiava nell’aria come un carillon rotto che continua a girare. Sgusciato fuori dall’ascensore, varcò la soglia dell’ingresso e si diresse alla sua auto. Con un gesto deciso aprì lo sportello. Mise in moto, ma rimase qualche secondo immobile, le mani sul volante, per rallentare il ritmo accelerato che fino ad allora l’aveva agitato. Poi inserì la marcia e scomparve in una nuvola di fumo.   La voce metallica di Google Maps rimbombava nell’auto, ma niente lo distraeva dai suoi pensieri. “Come al solito, succede tutto alle sei di mattina! Poi, perché chiede sempre a me?”. Un sorriso sornione gli addolcì l’espressione tesa. “Se chiama me, ci sarà un motivo: si vede che non può proprio starmi lontano”, pensò ironico. Non ebbe il tempo di distrarsi: il divagare dei suoi pensieri fu bruscamente interrotto. Una fila di luci rosse lo costrinse ad inchiodare: colonne di veicoli bloccavano la strada; il traffico procedeva a passo d’uomo. Le mani sudate scivolarono dal volante alle ginocchia, gli occhi fissi sul navigatore. In quell’istante uno squillo richiamò la sua attenzione: era Nora. “Di sicuro vorrà rimproverarmi per il mio ritardo”, pensò. Non sapeva che la donna invece, per una volta, aveva bisogno di lui. Chiusa la telefonata, Nora aveva sentito in lontananza una voce che la chiamava: “Detective, siamo riusciti a sbloccare il telefono della ragazza”. Lo smartphone riportava una grande crepa sullo schermo, segno di una violenta caduta. La donna aveva sfilato i suoi guanti neri dalla tasca posteriore e aveva iniziato ad ispezionarlo. Subito aveva aperto le chat. L’ultimo messaggio era diretto a un certo Michael collega: “Nel parco. Alle 6.00. Al solito posto”. Scorrendo i messaggi, la detective aveva capito che il caso sarebbe stato più difficile del previsto. A quanto sembrava, la ragazza si era messa in guai più grandi di lei, infatti quei messaggi erano tanto vaghi e incomprensibili da sembrare in codice. L’unica certezza era il nome della vittima: Margherita, e con ogni probabilità quel ragazzo a terra era Michael. “Julian è l’uomo adatto per decifrare questi messaggi”, aveva pensato con un sorriso impercettibile.  Si era diretta verso la macchina, decisa a raggiungere il collega, quando uno sparo assordante le aveva lacerato i timpani. La detective era rimasta immobile: per la prima volta in vita sua, forse, la confusione aveva preso il sopravvento su di lei. L’angoscia di poter notare una chiazza di sangue sulla sua divisa le aveva stretto come una morsa la gola, invece dopo pochi secondi di terrore, un fischio l’aveva scossa: uno pneumatico era a terra. Giratasi di scatto, aveva intravisto una sagoma nera allontanarsi furtivamente nella nebbia, poi il rumore di una sgommata aveva squarciato il silenzio. Il suo carattere esplosivo era messo a dura prova; con le mani ancora tremanti dalla rabbia aveva chiamato Julian, proprio mentre era imbottigliato nel traffico. L’uomo rispose dopo un paio di secondi: “Non riesci proprio a stare senza di me, eh?”. “Vienimi a prendere, svegliati!”. Lo zittì senza possibilità di replica. Accostò l’auto e trovò Nora, spazientita, in piedi ad aspettarlo. “Quindi? Racconta!” “Omicidio di due ragazzi, stamattina, intorno alle sei. Freddati da una calibro quarantacinque, sorpresi alle spalle”. “Perché stiamo andando all’hotel?” Finalmente Julian ricevette le prime risposte. “Hanno trovato un biglietto dell’Umbrella Hotel vicino ai cadaveri”. Parcheggiò l’automobile esattamente davanti all’ingresso di un grigio edificio, un anonimo blocco di cemento. Salirono un gradino alla volta, con cautela e un leggero timore. Proprio come aveva fatto Margherita il giorno precedente. Fradicia e ansimante aveva varcato la soglia dell’hotel. Al culmine della sua frenesia aveva sentito un odore famigliare: quello della torta che cucinava sempre sua madre al ritorno da scuola.  Una lacrima le aveva solcato il suo pallido viso, ma l’aveva asciugata, inghiottendo i suoi più cari ricordi.  Tuttavia non era riuscita a separarsene e questi erano riaffiorati nella sua mente confusa, dopo tanto tempo: l’affetto della madre, il sapore della torta appena sfornata, la piccola casa di campagna dove trascorreva le sue giornate.  Poi l’arrivo dell’adolescenza e con essa il periodo più difficile:  a soli quattordici anni aveva perso la madre e il rapporto con il suo irascibile padre era peggiorato precipitosamente. Per questo la sua riservatezza e insicurezza erano diventati la parte predominante del suo carattere.  “Lei è Margherita?”. La ragazza trasalì: dall’altra parte della reception, seduta dietro ad un bancone, una giovane donna la stava fissando con aria indispettita.  Perplessa aveva annuito, chiedendosi per quale motivo la sconosciuta sapesse il suo nome. “La stanno aspettando nella camera 13. Quarto piano, sulla destra”. Salendo in ascensore, col cuore palpitante, Margherita provava ad attribuire un volto alla voce minacciosa che l’aveva chiamata pochi giorni prima. La paura dell’incontro la irrigidiva, il sudore inumidiva la sua pelle, l’ansia non le permetteva di ragionare.   Invece il giorno dopo l’atteggiamento di Nora fu ben diverso: decisa e sbrigativa disse alla receptionist, col distintivo ben in vista “Agente Allen della NYPD”, mostrando la foto delle due vittime. La receptionist li fissò stupefatta ed esitando ammise che ricordava di aver visto la ragazza uscire poche ore prima, sembrava avere fretta di andarsene. “Aveva un appuntamento nella camera 13”.  

4

  La sera prima dell’appuntamento nella stanza 13 a casa di Margherita tutto sembrava normale. La quiete fu interrotta dal suono improvviso del campanello. La ragazza si avvicinò alla porta e la aprì, ma non vide nessuno. Stava per richiuderla quando abbassò lo sguardo: ai suoi piedi c’era un biglietto. Lo raccolse con esitazione. Sopra erano scritti un orario e un luogo d’incontro, senza firma. Il giorno dopo, spinta più dalla curiosità che dal coraggio, si recò lì alle otto in punto. L’edificio era grande e silenzioso. Entrata nella hall, la receptionist la fissò per un istante prima di chiederle: “Margherita? C’è qualcuno che la sta aspettando nella stanza 13”. Senza dire una parola, Margherita si incamminò lungo il corridoio. Ogni passo sembrava più pesante del precedente. Arrivata davanti alla porta della stanza 13, la aprì lentamente, ma rimase sulla soglia: la stanza era completamente buia. Dopo qualche secondo, una voce la invitò a entrare. Esitò, poi fece un passo avanti. Subito dopo la porta si chiuse da sola alle sue spalle con un tonfo ecco. Seguì un istante di silenzio inquietante. Poi la persona misteriosa iniziò a parlare: “Ciao, Margherita…” Lei, con la voce tremante, rispose: “Chi sei? Cosa vuoi da me?” “Tu non mi conosci, ma io so di te più di quanto credi. So cosa hai visto e so cosa stai pensando di fare. So dove vivi e cosa ti piace fare, so anche che ti piace molto cucinare, soprattutto la torta al cioccolato con la granella di meringhe che preparavi con tua madre.” “Cosa intendi dire? Come fai a sapere queste cose su di me?” chiese, cercando di mantenere la calma. “Se fai ancora un passo falso, posso arrivare alla tua famiglia e alle persone che ami.” “Che passo falso dovrei fare? Cosa sai della mia famiglia? E di me?” insistette, sempre più agitata. Non ricevendo alcuna risposta, Margherita prese coraggio e iniziò a muoversi lentamente nella stanza, allungando le mani nel buio. A un certo punto urtò qualcosa: una scrivania. Sopra di essa c’era una torta. La riconobbe subito. Era la torta di sua madre. Il cuore le balzò in gola. Come poteva essere lì? Presa dal panico, senza voltarsi indietro, corse fuori dalla stanza e dall’edificio. Tornò a casa con il fiato corto e la mente in subbuglio, consapevole che quella non sarebbe stata l’ultima volta che qualcuno avrebbe giocato con le sue paure.   Julian e Nora, dopo quello che aveva riferito loro la receptionist, si recarono di fretta nella stanza. Salendo le scale la detective raccontò al suo assistente ciò che era successo prima del suo arrivo sul luogo del crimine: “Prima che tu arrivassi ho sentito uno strano rumore, pensavo che fosse uno sparo che mi aveva colpita, invece era la ruota posteriore della mia macchina che era scoppiata, o almeno credevo. Mi sono avvicinata per controllare, mi sono chinata e ho notato un piccolo foro che non poteva essere stato causato da un’esplosione. Ho cercato di capire cosa potesse averlo provocato e, aguzzando la vista, ho intravisto qualcosa di metallico conficcato nel buco: era un proiettile! Ancora scioccata per la paura che mi avesse potuto colpire, ho preso nel bagagliaio della mia auto un paio di tenaglie che tenevo per lavoro, le ho afferrate con mani salde e ho tagliato la gomma. Proprio come pensavo, ho trovato una pallottola” spiegò Nora con tono affannato. “Meno male che non ha colpito te! Poi che hai fatto? Lo hai analizzato?” “Certo! Per chi mi hai presa?!” ribatté lei con tono ironico, “Potrebbe essere una Glock 17 o una Beretta 92, ma non ne sono ancora certa, ero di fretta! Ed ero da sola!”.   Arrivarono alla stanza. Nora aprì la porta e trovò un uomo che stava prendendo le impronte sulla scrivania. Era un uomo alto, con capelli scuri, vestito elegantemente e di bell’aspetto. Nora gli chiese chi fosse, lui disse di essere un detective mandato dai piani alti, si chiamava Tony Morello. La donna subito si insospettì perché pensava di essere l’unica incaricata dell’indagine, ma i suoi dubbi svanirono quando vide l’atteggiamento collaborativo dell’uomo, che si comportava in maniera molto affabile e cortese nei suoi confronti. Queste riflessioni distrassero Nora che non si accorse, lei sempre attenta ed efficiente, che Tony Morello stava maldestramente trafugando e nascondendo un cucchiaino, evidentemente perché conteneva indizi importanti. Julian dietro di loro pareva molto infastidito. Lui e Nora si conoscevano ormai da molti anni e passavano molto tempo assieme. Sul lavoro avevano trovato subito una buona intesa, nonostante i loro caratteri completamente diversi, anche se il loro rapporto non si era mai trasformato in una vera e propria amicizia e tanto meno in una relazione amorosa, come segretamente sperava Julian. E ora l’affascinante Tony, con i suoi modi garbati e seduttivi, sembrava mettere in pericolo quell’esile speranza. Per questo, appena usciti dalla stanza dell’hotel, Julian prese coraggio e decise di dirle ciò che provava. La fermò e sfruttò il momento per rivelarle i suoi sentimenti.  “Nora, aspetta, devo dirti una cosa”. Lei rimase attonita, come se potesse già dedurre quel che lui volesse dirle. “Cosa devi dirmi? Non mi sembra il momento!”, rispose lei in modo aggressivo. “Ho un peso che mi tengo dentro da troppo tempo. Non so come spiegartelo”. “Dai veloce, non abbiamo tempo per delle stupidaggini”. “Nora, ogni giorno mi sveglio e ci sei tu nella mia testa, vengo al lavoro con un sorriso stampato in faccia sapendo che ci sarai tu a completare la mia giornata. Tu mi piaci, e anche tanto. Sono ormai anni che ci conosciamo e quello che provo non è mai cambiato.” Dopo attimi di silenzio, Nora rispose fredda: “Scusa Julian, io non provo lo stesso, penso che tu sia un ragazzo dal cuore d’oro, un ottimo collega e un buon amico, nient’altro.” E da lì aumentò il passo e uscì dall’hotel.          

5

  Dopo il rifiuto di Nora, Julian stava malissimo. Gli pareva che la luce si fosse spenta dentro di sé e non riusciva a credere che lei non avesse dato importanza ai suoi sentimenti. Decise, così, di non andare al lavoro per due giorni. Restò chiuso nella sua casa di Brooklyn, guardando la pioggia cadere dalla finestra e continuando a pensare alla risposta che Nora gli aveva dato. Gli mancava il suo lavoro, ma aveva deciso di non rispondere al cellulare.  Intanto Nora, che nonostante tutto sentiva la mancanza di Julian, doveva continuare le indagini anche senza il suo aiuto. Visto che Julian era lontano, desiderava lavorare con Tony Morello, perché pensava che un aiuto in più l’avrebbe condotta all’assassino. Dopo un giorno di lavoro intenso, chiamò Tony Morello e lo invitò a prendere un caffè per organizzarsi sulle indagini.  Si incontrarono in un bar a Little Italy: era una serata piovosa, ma l’ambiente risultava caldo e accogliente. Durante l’incontro, Tony non parlò solo del caso, ma le raccontò anche della sua vita. “Sono cresciuto a Chicago in un quartiere di periferia. Mio padre era un uomo violento che usava le mani invece delle parole. Ho dovuto imparare subito a essere furbo per sopravvivere e scappare da quella grave situazione”.  Nora rimase molto colpita dal suo racconto e iniziò a fidarsi di lui, perché le sembrava un uomo coraggioso che aveva sofferto tanto.  Dopo tre giorni Julian tornò finalmente in ufficio. Era stanchissimo, aveva le occhiaie e teneva in mano un caffè; voleva chiedere scusa a Nora per avere saltato dei giorni di lavoro, ma, quando entrò nel suo ufficio, rimase di sasso. Nora e Tony erano vicinissimi alla scrivania, ridevano e guardavano dei fogli insieme. Sembravano già molto amici, anzi troppo.  “Vedo che è bastato poco tempo per trovare un sostituto”, disse Julian riferendosi a Nora: era ferito e non si aspettava quel comportamento da parte del suo capo. Con uno sguardo sprezzante iniziò a fissare Tony che stava tranquillamente sorseggiando il suo caffè con in mano un cucchiaino. Solo allora gli tornò in mente quel dettaglio: l’immagine di Tony Morello mentre sottraeva il cucchiaino nella stanza 13 dell’Umbrella Hotel. Pensò, quindi, che Tony potesse nascondere qualcosa, ma era sicuro che Nora non sospettasse nulla.  Quella notte Julian non dormì e si mise al computer per indagare sul passato di Tony. Cercò ovunque, finché, nei vecchi database della polizia, trovò delle informazioni sospette. Esisteva, infatti, un rapporto di dodici anni prima su alcuni crimini commessi nell’azienda dove avevano lavorato le vittime, Margherita e Michael. Tra i sospettati principali era segnalato anche l’amministratore delegato della ditta: in una foto segnaletica si poteva riconoscere Tony Morello, con un aspetto molto più giovane, ovviamente sotto falsa identità. Julian, poi, riuscì a trovare dei video, molto più recenti, in cui le telecamere dell'Umbrella Hotel ritraevano Tony che entrava nel palazzo con in mano una torta, un'ora prima di Margherita. La mattina dopo, corse da Nora agitato, sventolando le prove trovate: “Nora, ascoltami! Tony Morello è un bugiardo! Era lui all'hotel. Ho trovato dei documenti che attestano la sua falsa identità”.  Nora, però, reagì diversamente da come si aspettava Julian: si arrabbiò tantissimo, prese i fogli e li buttò sulla scrivania senza neanche guardarli. “Smettila! Sei solo geloso, perché ti ho rifiutato. Tony mi ha raccontato del suo passato difficile e tu ti stai inventando tutto, perché sei arrabbiato. Lui è un bravo detective e ci sta aiutando, mentre tu sei rimasto a casa a non fare niente”.  Julian cercò di mostrare le prove che aveva raccolto, ma lei lo allontanò. “Esci dal mio ufficio! Non provare mai più a dire bugie su un nostro collega per i tuoi capricci”.  Julian uscì sconvolto. Capì che Nora non gli credeva e che ormai tra loro si era creato un muro altissimo.  

6

  Il giorno dopo, nella stazione di polizia, Nora decise di invitare Tony per interrogare con lui la receptionist dell’hotel in cui era avvenuto l’incontro nella stanza 13. Scelto un tavolo al Bluestone Cafè, aspettarono l’arrivo della donna: improvvisamente dalla porta del bar entrò la receptionist, che indossava un tailleur nero e i capelli raccolti in uno chignon basso. L’attenzione della detective fu catturata dal rosso vivace della suola dei tacchi. “Le Loboutin sono troppo costose” osservò Nora tra sé e sé. Scambiati i convenevoli, l’interrogata, con atteggiamento autoritario e dispotico, affermò immediatamente: “Mi avete invitata per sapere di più sulla morte di Margherita e Michael”. Tony cominciò subito a porle alcune domande: “Come hai incontrato Margherita?” “La ragazza si è presentata all’Umbrella Hotel dopo aver ricevuto un invito”. “A che ora?” “Verso le otto”. Nora, mentre controllava l’agenda su cui Tony stava scrivendo le informazioni, notò che l’uomo aveva appuntato diversi dati personali della donna.  Sara Scott, età: 36 anni, nata il: 28/02/1990, origini: italiane. Perché Tony è a conoscenza di quei dati senza che lei li abbia esplicitati? Mentre sorseggiava il suo caffè affiorò nella mente di Nora che il cognome le era noto, ma non ricordava il perché. “La vittima le sembrava preoccupata?” continuò Tony. “Non saprei” rispose vagamente Sara. “Si trova a conoscenza di chi ha prenotato la stanza 13?”. “No” affermò seccata l’interrogata. Concluso l’interrogatorio, Nora salutò frettolosamente Sara, che sembrava ansiosa di lasciare il bar, con una stretta di mano. “A presto” disse Tony, fissandola intensamente negli occhi. Nora, uscendo dal locale, domandò al collega se conoscesse Sara, ma Tony replicò tranquillamente di no. Era esausta. Il turno di lavoro appena terminato le era sembrato infinito. Per rilassarsi e dedicarsi qualche attimo di pace e solitudine prima di tornare a casa, decise di concedersi una passeggiata nel vicino parco. Varcò quindi l’entrata ovest di Central Park. Nulla calmava la sua mente come il fruscio del vento tra le foglie dei grandi tigli. Stava per oltrepassare la statua di Walter Scott quando proprio dietro ad uno di quegli alberi le sembrò di intravedere Tony Morello. Intenzionata a salutarlo, nonostante essersi ripromessa di non pensare più all’interrogatorio, almeno per quel giorno, gli si avvicinò. Quasi immediatamente però si bloccò, scorgendo una donna al suo fianco. Tony dava le spalle a Nora per accogliere la misteriosa figura e in quel momento la detective poté vedere perfettamente il suo volto. Per osservarli meglio Nora, senza essere vista, si accostò alla statua. La sconosciuta indossava costose Loboutin ai piedi che spuntavano da uno scuro tailleur sartoriale. La sua attenzione si spostò sul viso bellissimo che, come lo stile elegante, corrispondeva a quello di Sara Scott. In un misto fra gelosia e sospetto sempre maggiori la sua testa si affollava di pensieri in modo frenetico. La sua confusione venne di colpo amplificata quando un bacio travolgente scattò improvviso fra i due. Non riusciva a comprendere se il suo orgoglio fosse più ferito dalla passione messa da Tony in quel gesto o dalla troppa fiducia che aveva ingenuamente riposto in lui. Il suo sguardo catturò poi uno strano dettaglio: Sara portava la fede, ma Nora non ricordava di aver mai visto Tony indossarne una. A quel punto il flusso di domande nella sua mente diventò incontrollabile: “Che legame c’era fra i due? Perché nasconderlo anche durante l’interrogatorio?”. La relazione tra i due appariva forzata da Sara, le sue continue carezze e i movimenti spropositati, così teatrali, apparivano privi di un affetto sincero. Al termine di quel momento d’intimità, Tony e Sara, con un sorriso complice sulle labbra e uno sguardo di coinvolgente intesa, rientrarono nel viale principale del parco muovendosi in direzione di Nora. La detective era convinta di aver visto abbastanza, perciò, per evitare di essere scoperta, si affrettò verso l’uscita. La passeggiata, che di solito la tranquillizzava, questa volta l’aveva solo inquietata. Nora, durante il tragitto verso casa, continuava a ricordarsi di ciò che Julian le aveva detto riguardo a Tony. Fu a quel punto che decise di cambiare strada e iniziò a correre, presa dallo sconforto, verso la casa del suo collega. Quando questi aprì la porta, trovò Nora in un mare di lacrime, con le guance rigate dal pianto. Julian, che non si aspettava di vederla in quel momento sulla sua soglia, rimase sconvolto e capì subito che la tristezza di Nora era dovuta al rapporto con Tony. Nora, tra un singhiozzo e l’altro, provò a spiegargli quello che aveva visto in modo confusionario, senza lasciare a Julian la possibilità di capire ciò che stava dicendo. Allora lui decise di prendere in mano la situazione, consolandola: “Respira, Nora”, disse poggiando le mani sulle sue spalle “adesso entriamo in casa e mi spieghi meglio tutto”. Una volta rientrati, Nora si sedette su una poltrona, disorientata e con gli occhi ancora lucidi, mentre Julian era andato in cucina per prenderle un bicchiere d’acqua fresca. In salotto, poi, iniziarono a discutere sul da farsi e Nora, che intanto si era tranquillizzata, cercò di rispiegargli in modo più lineare ciò che pensava: “Avevi ragione tu fin da subito: non avrei dovuto fidarmi di Tony”. Dopo questa affermazione, Julian si mostrò subito più interessato alla questione, lasciandosi scappare un sorriso. Nora raccontò per filo e per segno tutto quello che aveva visto al parco e, quando finì di sfogarsi, provò una sensazione di leggerezza contrapposta a un grande sconforto per essersi fidata troppo di Tony e non aver creduto a Julian. Dopo aver discusso sull’accaduto per qualche ora, arrivò per Nora il momento di andarsene e salutò Julian, che le diede un abbraccio di conforto. Nora, dopo essere stata a casa di Julian, si precipitò al Commissariato per scoprire qualcosa in più su Sara. Durante il tragitto non fece a meno di pensare e ripensare a ciò che aveva visto prima: era delusa e profondamente amareggiata e voleva scoprire a tutti i costi chi fosse davvero Sara. Arrivata al Commissariato, si piombò nel suo studio per consultare gli archivi. Digitando il nome della donna, nella sua testa si accese una lampadina: collegò istintivamente il cognome della donna all’illustre azienda Newyorkese “Scott” che in passato Margherita aveva denunciato; Nora pensò di dover scoprire qualcosa di più. Aprì il cassetto con l’archivio dei casi meno recenti e dopo qualche minuto di grande disordine estrapolò il fascicolo apposito contenente informazioni sull’azienda. Dopo una ricerca approfondita non poté credere a ciò che aveva appena letto: Sara Scott era effettivamente la proprietaria dell’azienda. Era però convinta che ci fosse qualcosa di più e, non soddisfatta delle proprie ricerche, non si limitò a esaminare ciò che riguardava Sara ma prestò attenzione ai nomi ricorrenti e uno in particolare catturò la sua attenzione: Dan Jhonson.   Egli era stato amministratore delegato dell’azienda, successivamente licenziato perché non era stato in grado di gestirne correttamente i conti. Uno strano presentimento la portò a digitare questo nome su Internet e vide ciò che non si sarebbe mai aspettata: insieme al nome di Dan Jhonson era allegata una fotografia di Tony, che per tutti questi anni aveva mentito sulla propria identità. Nora non esitò un istante e chiamò istintivamente Julian.

7

  Julian stava finendo di riordinare le varie informazioni che aveva trovato su Tony fino a quel momento. Era seduto nello studio di casa sua; intorno a lui, la luce calda e soffusa della lampada contrastava con la fredda luce bianca dello schermo del computer. La scrivania era ricoperta di fogli, cartelline, appunti disordinati. Il telefono improvvisamente squillò, e Julian sobbalzò sulla sedia per la sorpresa. “Nora?” disse sussurrando, come se sapesse che qualcosa non andava. “Julian, ascoltami bene… ho scoperto una cosa importante rigu…” la voce di Nora arrivò a Julian distante, e si interruppe prima di finire la frase. Era qualcosa di grosso, qualcosa di importante, che non si poteva dire per telefono. “Vieni da me alle 19, ceniamo e intanto mi racconti…ti sta bene?” il silenzio della collega lo fece pentire subito di ciò che aveva appena detto. Stava per ritirare la proposta quando la voce di Nora, dall’altro capo del telefono, lo fece tacere. “Ci vediamo dopo!” e senza troppi giri di parole attaccò. Mentre si dirigeva verso i fornelli per preparare la cena promessa, al ragazzo scappò un sorriso. Erano quasi le sei e mezza: Nora si fermò davanti allo specchio della sua nuova casa a Brooklyn per darsi un’ultima occhiata prima di uscire. Indossò i primi capi scuri che le capitarono nelle mani senza pensarci troppo, si sistemò velocemente lo chignon prima di prendere le chiavi e lasciare l’abitazione. Ormai camminava pensierosa da mezz’ora per le strade della città, si guardava intorno riflettendo sulle scoperte di cui avrebbe dovuto parlare al suo collega. Passò davanti ad un nuovo magazzino, la cui costruzione era iniziata una decina di anni prima. Uno spesso muretto con i mattoni ancora in vista ne delineava il perimetro, circondato da un cancello in ferro battuto, insolitamente aperto. Il grigio faceva da protagonista sulle grandi pareti dell’edificio; il tetto, ricoperto da grosse lamiere, rifletteva la poca luce che filtrava dai densi nuvoloni cupi. Improvvisamente la detective scorse due figure distinguibili vicino al magazzino; il suo cuore iniziò ad accelerare, le gambe iniziarono a tremare come le foglie sotto ai suoi anfibi, e la sua vista automaticamente si aguzzò. Riconobbe subito le due figure, erano Sara e Tony… o meglio, Sara e Dan. La sua curiosità prese il sopravvento e improvvisamente cambiò direzione, attraversando la strada e dirigendosi verso la cinta dell’immobile. Avvicinandosi, vide che Tony trascinava, sotto lo sguardo severo di Sara, un cassone di medie dimensioni da cui scendevano piccole goccioline di condensa. Rimase nascosta tra le aiuole e notò subito l’eleganza della donna: abbigliamento impeccabile e apparentemente costoso. Riconobbe quello sguardo intenso e impenetrabile, quella postura che suggeriva sicurezza e risolutezza. Tony pareva affaticato dal lavoro e Sara lo scosse subito: “Muoviti che stai attirando già troppe attenzioni” ordinò con tono autorevole. “Ci sto provando, ma è pesante e le mie mani cominciano a perdere presa, mi sa che si sta sciogl…”. Venne zittito dallo sguardo agghiacciante della compagna. Nora era così concentrata a seguire la bizzarra conversazione che non si accorse di aver appoggiato il piede su un mattone instabile. Il rumore del mattone che si spostava sotto il suo peso la convinse ad andarsene subito da lì.   Julian era impegnato in cucina a preparare la cena quando sentì il citofono suonare: era la sua collega. “Vieni, entra pure, dammi la giacca e accomodati vicino al bancone, a momenti la cena sarà pronta. Spero che ti piaccia la pasta al pomodoro!”, esclamò Julian. Nora, con le braccia incrociate, si appoggiò al bancone con aria affaticata: “Julian, non immagini quante cose ho da dirti. Mentre camminavo verso casa tua, ho visto Tony e Sara entrare in un magazzino; stavano tirando un cassonetto dall’aria pesante e sulla superficie c’era della condensa, come se contenesse qualcosa di molto freddo…” “Cosa pensi che ci fosse là dentro? Di solito dei container del genere si usano per conservare qualcosa di organico, ma a cosa dovrebbero servire in un’azienda di costruzioni…?” replicò Julian mentre le serviva la cena. “Non ne ho idea, ma… che ne dici di andare a controllare dopo mangiato?” propose la collega. “Ho delle torce nel cassetto, dovrebbero essere cariche” continuò Julian. “Allora sbrigati e andiamo!” esclamò Nora. Dopo qualche boccone di pasta, i due detective si recarono nel luogo prestabilito. Intorno al magazzino, la pioggia aveva cancellato le orme delle ruote del bidone e delle scarpe. L’aria era piena di tensione e il ticchettio delle goccioline faceva aumentare la leggera agitazione creata da quella strana situazione. “Sembra che non ci siano tracce qui fuori… entriamo” sussurrò Nora con voce decisa, avviandosi furtivamente verso il portone centrale. L’interno del magazzino si presentava come un labirinto di stanze spoglie, divise da pareti di cemento grezzo, teli di plastica e impalcature. “Ma che posto è questo?” chiese Julian, perplesso. “Non lo so… le stanze sembrano utilizzate strategicamente per dividere delle attività. Guarda qui, è pieno di scatoloni con scritte in codice” disse lei con un filo di voce. Le luci blu le illuminavano il viso teso dalla concentrazione. “Nora… vieni qui”. Julian era immobile davanti all’unica porta in cemento chiusa: solo un oblò di vetro spesso permetteva di vedere ciò che c’era al di là. Nora si avvicinò al collega per vedere che cosa lo preoccupasse tanto. Un faro illuminava il centro della stanza, lasciando nella penombra il resto dell’ambiente. Proprio sotto la luce c’erano un uomo e una donna: indossavano camici che in origine dovevano essere bianchi, ma che ormai apparivano giallastri a causa delle macchie di sangue che nel tempo li avevano sporcati. I due individui sembravano chinati su un tavolo da macellaio in metallo leggermente arrugginito. Dietro di loro si scorgevano dei grandi frigoriferi simili a celle da obitorio. Un bisturi e altri strumenti simili erano appoggiati su un tavolino rettangolare. “Forse dovremmo andarcene da qui, Julian…” biascicò Nora.  

8

  “Forse dovremmo andarcene da qui, Julian…” biascicò Nora. “Aspetta… uno dei due mi ricorda qualcuno.” I due aguzzarono la vista. Dalla cuffia che fasciava la capigliatura spuntava un orecchino particolare, familiare, sin troppo familiare: era lo stesso che portava Sara. I due individui, incamiciati come chirurghi sul punto di affrontare una delicata operazione, osservavano accuratamente la sagoma grigia distesa sul ripiano metallico. Il tatuaggio sul braccio del corpo inanimato rivelò l'identità di Michael. “Nora, se ci vedono, siamo morti.” La detective si prese ancora qualche secondo per imprimere ogni dettaglio nella memoria, ma un rumore improvviso tradì la loro presenza.  “Cos’è stato?” Esclamò l’uomo incappucciato. “Meglio controllare,” rispose la donna. “Vieni” sussurrò Nora, trascinando Julian dietro un mucchio di scatoloni. Dopo una breve perlustrazione i due individui tornarono nella stanza oltre l’oblò. A quel punto, Nora e Julian sgattaiolarono fuori dal cantiere. “Com’è possibile che il cadavere di Michael si trovi qui? Lo avevamo lasciato all'obitorio giorni fa.” “E se qualcuno l’avesse spostato?” Disse Julian. "Dobbiamo controllare,” rispose Nora.   “Non è possibile…” si dissero i due detective, all’unisono, sconcertati, rileggendo per l’ennesima volta l’autorizzazione di cremazione di Michael, già compilata e firmata dalla madre della vittima. “È sicuramente un falso. La madre di Michael è morta tre anni fa,” constatò la detective. “La ragazza invece è ancora qui” disse il dottore. “Tra i suoi effetti personali abbiamo trovato il Trisenox. Triossido di arsenico. Un farmaco per la leucemia. Questo potrebbe spiegare l’alta concentrazione del veleno nel suo sangue e il deterioramento silente di alcuni organi.” “Deterioramento?!” Chiese Nora, sorpresa. “Questa è nuova!” Quindi, rivolgendosi al collega: “Qualcuno ci ha parlato di problemi di salute della ragazza?”. “No. Lo escludo” rispose Julian con decisione. Poi aggiunse: “Ma ciò potrebbe spiegare il motivo per il quale hanno preso lui e non lei?”  I dubbi si infittivano. Il puzzle era ancora incompleto: una ragazza malata di leucemia, uccisa a bruciapelo, ritrovata accanto a un ragazzo, anch’egli colpito mortalmente, il cui corpo risultava cremato ma che giaceva su un tavolo operatorio all’interno di un cantiere fatiscente. “Quelle medicine,” continuò Nora: “potevano causare l’avvelenamento?” Il dottore scosse la testa lentamente. “No.” Poi aggiunse, con voce più bassa: “Ma potevano amplificarlo.” La detective ebbe un’intuizione. “Quindi qualcuno ha aggiunto altro veleno.” Il medico annuì. “Dottore, gli organi di questa ragazza sono talmente compromessi da escludere in maniera categorica un eventuale espianto?” Domandò Julian. “Bhè… sì. In modo categorico” rispose il dottore. “Ed è certo della veridicità del certificato di cremazione?” Replicò Nora. “Durante le indagini abbiamo accertato che entrambi i genitori sono morti anni fa. Com’è possibile che abbia firmato sua madre?” Al solo nominare il certificato, il dottore si fece improvvisamente nervoso. Il cambiamento non passò inosservato. “Okay, siamo stati al suo gioco abbastanza. Adesso tocca a lei darci delle risposte,” disse Nora, facendo scattare le manette.   Arrivata a casa, Margherita chiuse la porta alle sue spalle e vi si appoggiò. Aveva il cuore in gola. Sfilò il cellulare dal cappotto. Le mani tremavano. Aveva ricevuto un messaggio. Era Michael: “Non ce la faccio più a tenermi tutto dentro. Andiamo al commissariato!” Si sedette sul letto. Il cuore batteva in modo irregolare. Un senso di nausea le salì dallo stomaco. Qualcosa non andava. Il respiro si fece corto. La stanza sembrava stringersi attorno a lei. “Devo uscire… devo… aria…”. Si alzò di scatto, barcollando.   Si avvicinò al cadavere lentamente, con la testa che le girava e la vista offuscata.  Un rumore alle sue spalle.  Una pistola puntata contro. “Scusa… sono costretto a farlo. Ma non ce l’ho con te”. 

9

  La detective e il suo collega erano davanti alla porta del commissariato da cui, poco tempo prima, erano entrati Sarah, Tony, il dottore e gli agenti che li avevano scortati. Era una giornata soleggiata, l’Apple Watch che Nora portava al polso segnava 18 gradi. La detective indossava gli stessi vestiti del giorno prima e i capelli erano come sempre raccolti in uno chignon, disordinato dopo la lunga giornata, che metteva in risalto i lineamenti del volto pallido e scolpito. Julian - che fino all’arrivo in commissariato indossava una maglietta grigia a maniche corte, dei jeans blu e ai piedi portava un paio di Nike air force bianche – aveva tirato fuori la divisa per rendere più solenne il momento. Entrambi sostavano su una piazzola asfaltata, dove erano parcheggiate le auto e i camioncini della polizia, una ventina di veicoli in tutto: lampeggianti accesi e giri di motore segnalavano l’imminenza dell’azione. Nora e Julian ripensavano al lavoro svolto i giorni precedenti, ripercorrendo le singole fasi che avevano permesso loro di arrivare alla conclusione del caso. Julian, non sapendo cosa dire, in evidente impazienza, calciava nervosamente la ghiaia sotto i suoi piedi. Nora, invece, si muoveva sul piazzale con passo veloce descrivendo cerchi concentrici, ancora incredula dell’accaduto: di come Tony (o meglio Dan) avesse potuto mentire sul suo nome, sul suo vero lavoro, sul fatto che stesse con Sarah, sui suoi loschi traffici e che le fossero bastati solo pochi giorni per affezionarsi così tanto all’uomo sbagliato.   Julian, dal canto suo, sperava vivamente che il giudice avrebbe dato ai tre non meno di una ventina d’anni a testa.  Circa quaranta minuti dopo che gli indagati erano entrati nell’edificio uscirono dal commissariato accompagnati da due agenti della polizia, impeccabili nella loro uniforma e con un’espressione seria che non lasciava trapelare nessuna emozione. Tony, Sarah e l'anatomopatologo avevano ancora indosso il camice, ormai ingiallito e logoro a causa dell’usura. Poco dopo, altri due agenti, un uomo e una donna, scortarono Dan e Sara verso la volante, dove li fecero sedere sui sedili neri posteriori.  La stessa cosa avvenne per il medico.   Nora e Julian sedevano l’uno di fronte all’altra nel piccolo ufficio della detective, separati solo dalla scrivania sulla quale vi erano due tazze di caffè ormai vuote. La risoluzione del caso era ormai giunta al termine e stavano discutendo sulle ultime novità riguardo all’omicidio di Margherita e Michael e facendo il punto sulla conclusione delle indagini. Fu Julian, ancora titubante su alcuni punti, a rompere gli indugi, chiedendo lumi ad un’ormai esausta detective. “Nora, sinceramente non riesco a comprendere cosa avevano intenzione di fare con il cadavere di Michael.” disse Julian con fare confuso. “Da quel che ho capito non si tratta di un traffico d’organi, come aveva cercato di farci intendere l’anatomo-patologo, perché, trattandosi di cadaveri, gli organi sarebbero andati in necrosi e sarebbero stati quindi inutili.” rispose Nora. “Se non si tratta di traffico di organi allora a cosa servivano?” “A quanto pare i corpi venivano utilizzati per un traffico internazionale di sostanze stupefacenti, per eludere i controlli doganali… l’intento era di inserire le sostanze all’interno dei corpi in modo che le partite di droga potessero passare liberamente da una nazione all’altra.” In quel momento però qualcuno bussò alla porta, rivelando subito dopo il volto della donna delle pulizie che si era offerta di ritirare le tazzine del caffè sporche: la donna indossava pantaloni della tuta grigi e una maglia larga dello stesso colore, i capelli ramati erano legati in una crocchia disordinata e in mano aveva uno straccio giallo che avrebbe usato per ripulire le macchie residue di caffè sulla scrivania della detective.  Entrò e Nora gliele passò gentilmente poi con un sorriso la salutò. I due allora tornarono alle loro indagini. “Se questo era il motivo perché utilizzare solamente Michael?” “È chiaro, dato l’uso cui erano destinati i cadaveri, che la malattia della ragazza non c’entra nulla. Ciò che avrebbe potuto creare seri problemi sarebbe stata la presenza dei parenti di Margherita che sicuramente avrebbero chiesto la restituzione delle spoglie alla fine delle indagini, cosa che invece non sarebbe potuta succedere con Michael, dato che come sappiamo era solo al mondo.” “...Ora avrebbe tutto senso…” replicò Julian “...ma non mi torna il fatto che Margherita, nonostante fosse già stata avvelenata, sia stata anche colpita dal killer al parco, il che rende tutto ciò irragionevole” “Era stata avvelenata con lo stesso farmaco di cui faceva uso per la leucemia, il Trisenox, e le era stata somministrata per flebo una dose eccessiva rispetto al normale da un infermiere a contatto con i responsabili del crimine. Ma a quanto pare la dose non era stata letale…” rispose Nora “...successivamente aveva ricevuto il messaggio da Michael, era andata all’appuntamento e lì era stata uccisa come già sappiamo.” “Non avrebbe avuto più senso sparare ad entrambi nello stesso momento invece di creare questa messa in scena dell’avvelenamento della ragazza, in modo anche da accelerare i tempi?” “Uccidendo entrambe le vittime nello stesso luogo e nello stesso momento ci sarebbe stata, come di fatto è avvenuto, una diretta correlazione tra i due delitti.” replicò Nora. Poi all'improvviso la finestra dell’ufficio sbattè violentemente facendo sobbalzare Nora e Julian, ancora concentrati sul caso. Fuori il tempo era soleggiato e faceva molto caldo, per questo avevano aperto la finestra tentando inutilmente di rinfrescare l’aria divenuta ormai irrespirabile. Chiunque avrebbe preferito uscire piuttosto che passare l'intera giornata a riflettere su un caso che si era rivelato più difficile del previsto, ma ormai la l’identità dell’assassino era già chiara nella mente della detective. Julian pensieroso, si ricordò il dettaglio del cucchiaio, un dettaglio sospetto che non era ancora stato chiarito.  “Una cosa che mi ha insospettito particolarmente è stata che Tony abbia preso il cucchiaino sul comodino della stanza 13 dell’albergo, non capisco il motivo di così tanto interesse per una posata.” “Sulla posata era riportato il logo della ditta di utensili per cucina della ditta Scott e originariamente non avrebbe dovuto trovarsi nella stanza.” disse Nora “La ditta in realtà gestisce una grande rete di traffici illegali che, come ti ho detto prima, utilizzano cadaveri non reclamati dai famigliari per il trasporto di stupefacenti e armi.” “Ma per cosa utilizzava il cucchiaino?” “Come avevamo scoperto, la reale identità di Tony è Dan Johnson, da alcune fonti e ricerche pare che abbia avuto dei precedenti legati all’assunzione di stupefacenti, in particolare di eroina. Evidentemente utilizzava la posata per scioglierla e farne uso, cosa che probabilmente aveva fatto anche il giorno dell’incontro con Margherita. Non è da escludere che in stato di alterazione abbia dimenticato da qualche parte in quella stanza l’oggetto che avrebbe potuto incriminarlo.” replicò Nora. Poi, dopo una breve pausa, “...A dire il vero avevo notato una piccola macchia che sembrava essere di sangue sulla sua camicia all’altezza dell’incavo del gomito…inizialmente non vi ho prestato tanta attenzione ma ora tutto ha un senso e una logica…il puzzle è completo.” La volante, con Dan e Sarah dentro, partì poco dopo le 19:00. L’atmosfera all’interno del veicolo era silenziosa, le sirene erano spente e il sole stava calando. Sarah sedeva composta, il suo sguardo era fisso davanti a sé, le mani ammanettate appoggiate sulle ginocchia. Accanto a lei Dan, pareva avesse un’espressione rilassata, distaccata, come se ciò che stava accadendo non lo riguardasse. Alla guida il poliziotto, immobile, di scatto lanciò uno sguardo nello specchietto retrovisore. “State bene lì dietro?” chiese. “Abbastanza” rispose Dan. “Dipende da come andrà il resto”. Il silenzio calò nuovamente. Il poliziotto con voce bassa rispose “Andrà come deve andare.” Sarah alzò lo sguardo, i suoi occhi incrociarono quelli di Dan come a cercare conferma. Lui fece un sorriso quasi impercettibile. La volante svoltò improvvisamente, imboccando una stradina secondaria. “Questa non è la strada per il Commissariato” pensò Sarah. Dan fece un sospiro come se si stesse liberando dalla tensione accumulata, “Tempismo perfetto” mormorò. Il poliziotto si tolse il berretto, staccò la radio e disse “Allacciatevi, se potete”. All’improvviso in lontananza comparvero dei fari abbaglianti, che si dirigevano a grande velocità verso la vettura. “Adesso” sussurrò Dan. Con un colpo secco di sterzo la macchina perse il controllo. Si sentì un boato, le lamiere si accartocciato e i vetri esplosero. Poi, dopo, il silenzio…

 

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