Del mutar delle forme in corpi nuovi, desidera il mio cor cantare in poesia.  O dei, quelle mutazioni sono opera vostra, e perciò ispirate il mio eloquio,  e dall’inizio delle origini del mondo conducete fino a me il mio canto eterno. Prima del mare, della terra e del cielo, che tutto avvolge,  uno solo era il volto della natura in tutto il cosmo, e Caos lo si chiamava:  una massa rude e indistinta, un peso inerte e privo di grazia,  un afflusso di esseri dai semi sconnessi, in cui regnava solo discordia.

Nessun mondo era ancora da un Titàno inondato di luce,  e neppure Febe, entità nuova, stava crescendo per unir i suoi corni; né pendeva la terra, circonfusa in mezzo all'aria, nell’equilibrio dei suoi pesi;  e neppure stendeva le sue braccia, lungo i margini dei continenti, Anfitrìte. E per quel che allora erano la terra, il mare e il cielo, instabile era la prima, troppo impetuosa l’onda, e senza alcuna luce l’aria; nulla manteneva a lungo la sua forma, ogni elemento si opponeva all’altro,  poiché in ogni corpo il freddo combatteva con il caldo,  l'umido con il secco, il tenue con il solido, il pesante con il leggero.

Un dio, di natura più benigna, sanò ogni discordia. Divise il cielo dalla terra, e dalla terra separò le onde del mare, e distinse dall'aria densa il cielo terso. Estrasse ogni cosa dalla massa deforme,  e ciò che era diviso egli legò in una pace armoniosa. Il fuoco, con la sua energia e l’assenza di peso, volò all’insù e si insediò in alto;  là vicino lievitò l’aria, con la sua leggerezza; la terra, più spessa, attirò gli elementi più rozzi, e schiacciata dalla sua stessa gravità, discese;   e per ultimi, i flutti del mare circondarono gli spazi liberi e serrarono il globo.

E così, quando tutto fu ben disposto da quel dio,  e le parti furono raccolte nel giusto ordine, sin dal principio la terra, per non esser diseguale in ogni dove, prese la forma di un grande globo. I mari si distesero, ed egli aggiunse anche le fonti, e laghi e fiumi dai pendii obliqui.  Poi ordinò che si stendessero le pianure, che sprofondassero le valli, che i boschi si ricoprissero di verde, e che sorgessero le rocce delle grandi montagne. Tali e molte altre meraviglie, osò fare l’architetto del mondo,  delle quali oggi onoriamo il divino nome: metamorfosi! Ispirato e liberamente tratto da «Le metamorfosi» di Ovidio, libro I, versetti 1-51

CREATO DA
Danio Belloni