di Marco Fazzini
È mattina presto. Una coltre bianca di rugiada fa brillare i campi. Sono rimasti dei porri, qualche finocchio qua e là e poco altro. «Ormai è finita la raccolta, in queste settimane prepariamo i campi per la nuova annata», spiega Eva Bajasevic, 42 anni, mentre indossa un paio di stivali viola coperti di fango. Qui, a venti chilometri scarsi dal centro di Roma, dentro l’area protetta del Parco di Veio, lavora circa tre ettari di terra, a cui se ne aggiungono due di bosco. E non è la sola. È infatti una delle 360 persone che fanno parte di Semi di Comunità, un’azienda agricola collettiva nata nel 2019 e la prima Comunità a supporto dell’agricoltura (Csa) della capitale.
«Montavo programmi per la tv, poi ho lasciato la città con l’idea di cambiare vita», racconta Bajasevic. «Nel 2019 un amico con cui condividevo un orto collettivo mi ha coinvolto nel progetto e così è nata la Csa, con l’obiettivo di autoprodurre cibo sano attraverso un metodo rispettoso dell’ambiente e inclusivo». Cinque anni dopo, Semi di Comunità ha consolidato un sistema di produzione fondato su pratiche sociali, economiche e ambientali sostenibili: «ogni anno preventiviamo le colture e i costi, che vengono ripartiti tra i soci che intendono consumare i prodotti. Al momento, riusciamo a garantire quattro-cinque chilogrammi di verdure e ortaggi a settimana a 130 soci». Può partecipare chiunque, «a prescindere dal contributo economico». Questo approccio permette di rompere con le economie di scala che di norma vincolano le aziende agricole a una specializzazione e a un’iperproduzione di prodotto per arrivare al mercato.
Eva Bajasevic è una delle quattro persone impiegate part-time, mentre il resto del lavoro si regge sulla partecipazione volontaria dei soci. «Io vengo per imparare», dice Alessandro Feliziani, 56 anni, dopo essersi sfilato i guanti, «e poi facciamo dei bei pranzi condivisi» aggiunge Giulia di Marco, 33 anni, mostrando il grande capanno verde dove i soci si riuniscono per le occasioni conviviali. «In città sono cresciuto con l’abitudine del supermercato», prosegue Feliziani, «con la comodità di poter consumare quello che mi pare, quando mi pare. Sento che è arrivato il momento di iniziare a rispettare la terra».
Le conseguenze dei cambiamenti climatici hanno infatti iniziato a presentarsi anche qua: questa annata di raccolta si è conclusa in anticipo di circa due settimane. In un momento di pausa, Eva Bajasevic mostra la lavagna che usa per le suddivisioni del raccolto settimanale in parti uguali tra i soci: «è ferma alla settimana scorsa, contavamo di arrivare almeno fino a metà febbraio. Abbiamo notato una tendenza: ogni anno fa sempre più caldo e i prodotti maturano in anticipo».
Intanto si ricomincia a lavorare. Gabriele Bissattini, 35 anni, monta su un piccolo trattore cingolato e riprende le operazioni di fresatura del terreno, così che sia pronto per la radicazione delle nuove piantine. La collega lavoratrice e altri tre volontari si occupano di smontare le manichette, dei tubi forati di plastica, lunghi e sottili, utilizzati per l’irrigazione. Ormai sono coperti dalla vegetazione. Bajasevic spiega che «la presenza di erbe spontanee è importantissima per la salute e la biodiversità del terreno» e che viene prestata molta attenzione al riciclo e al riutilizzo dei materiali impiegati: «molte aziende cambiano le manichette ogni anno, accumulando e mettendo in circolo ulteriore plastica inutile. Le nostre invece sono le stesse dal 2019».
Anche Lucia Cuffaro, 45 anni, si sporca le mani sui campi di Semi di Comunità, ma nella vita fa la divulgatrice, scrive libri sull’autoproduzione e si dedica all’attivismo. «Nella mia vita è diventato essenziale ridurre al minimo i rifiuti», racconta. Da ragazzina si è trasferita nel quartiere di Massimina, nella periferia sud-ovest di Roma, vicino alla discarica di Malagrotta. «La presenza costante di una così grande quantità di rifiuti mi ha avvicinato all’idea di poter cambiare qualcosa nel mio territorio». Così arrivano le prime esperienze nei comitati che chiedono la bonifica e la chiusura della discarica, «poi ho sentito parlare di decrescita, e mi si è aperto un mondo».
Conosciamo Lucia Cuffaro a una riunione del circolo di Roma del Movimento per la decrescita felice (Mdf). Il Movimento, fondato nel 2007 sulla base del lavoro del saggista Maurizio Pallante, ricerca un rovesciamento dell’attuale sistema socioeconomico che fa corrispondere la crescita economica al benessere sociale. «Siamo degli obiettori della crescita», specifica il socio Carlo Pallante. «Quando siamo nati, era impensabile poter parlare pubblicamente di decrescita e di riduzione dei consumi; oggi è diventato necessario», aggiunge Cuffaro.
Il Movimento promuove pratiche che possano essere messe in atto dai singoli: «da un lato c’è l’attenzione per il cibo che mangiamo, come quello prodotto nella Csa, sia da un punto di vista ambientale che della nostra salute. E poi c’è l’autoproduzione, che è uno dei nostri pilastri». Lucia Cuffaro ne ha fatto un lavoro: «produco in casa tutto ciò che posso, dalle bevande vegetali al deodorante, e lo insegno alle altre persone. Basta un po’ di acido citrico per fare in casa ammorbidente, brillantante e decalcificante per un anno». E a chi le dice che bisogna avere tempo da dedicare all’autoproduzione, e che con i ritmi della città è difficile trovarlo, risponde: «in realtà è l’esatto contrario. Questo approccio ti permette di pianificare a lungo termine, di risparmiare e di abbattere notevolmente gli sprechi». Ma per diventare sistemiche, queste azioni devono passare dalla politica. «Nonostante ci sia ancora timore a usare la parola “decrescita”, diversi soci sono stati eletti in Parlamento nelle ultime legislature, riuscendo a portare problematiche a noi care quali la decarbonizzazione, i cambiamenti climatici e la giustizia sociale dentro il dibattito politico», conclude la divulgatrice.
Il Movimento si impegna anche su altri fronti, su tutti quello dell’impatto ambientale generato dal settore della moda, responsabile dell’8-10 per cento di tutte le emissioni globali di anidride carbonica, secondo un rapporto delle Nazioni Unite. Così è nata l’esperienza dello Swap party, una “festa dello scambio” degli abiti usati: «qui si può portare ciò che non si indossa più e scambiarlo con altre persone», spiega Valentina De Prosperis, socia di Mdf. Lo Swap party è un format di Nei Tuoi Panni, un progetto di sostenibilità ambientale che promuove l’economia circolare. Stavolta l’evento si svolge negli spazi della Città dell’Altra Economia, nel quartiere di Testaccio, a Roma. All’ingresso c’è un banco dove poter lasciare i capi di cui ci si vuole liberare. Questi vengono poi valutati dalle ragazze di Inspire, un’associazione che promuove pratiche “zero waste” e di riduzione dei consumi, organizzatrice dell’evento insieme al Movimento per la decrescita felice. In base alla qualità dell’indumento si ricevono delle mollette di diversa dimensione, che funzionano da moneta per completare lo scambio con la camicia, il cappotto, le scarpe che qualche altro utente ha lasciato prima di noi.
La sala è gremita, e gli indumenti sugli appendiabiti cambiano in continuazione. C’è qualche curioso, e qualcuno che arriva con bustoni colmi. «C’è sempre molta partecipazione», raccontano le volontarie di Inspire mentre mettono ordine tra i capi appena arrivati sul banco dell’accettazione. «Si può portare un po’ di tutto, ridando così vita a qualcosa che non indossiamo più. In cambio, chiediamo un euro per ogni capo scambiato, così da poter finanziare ReFresh, un progetto attraverso cui cerchiamo di portare nelle scuole le pratiche “zero waste”, l’autoproduzione e il vivere consapevole».
«Nelle scuole c’è un terreno fertile per aumentare la consapevolezza sull’impatto che il modo in cui ci vestiamo ha sull’ambiente», spiega Alessandra Gallo, che con la sua azienda Fashionable Green fornisce consulenza alle piccole imprese e alle startup del mondo della moda. «Aiuto le aziende a pensare a una produzione diversa e che abbia una logica di circolarità». Presto una legge europea «introdurrà garanzie su durevolezza e riutilizzabilità degli indumenti, oltre a un passaporto digitale che, per ogni capo, conterrà informazioni dettagliate su composizione e corretto smaltimento», spiega. Nel frattempo, Alessandra Gallo parla di riuso e smaltimento nei licei romani: «provo a raccontare ai ragazzi che le cose che acquistano hanno un impatto e che sarebbe opportuno interrogarsi su cosa e come producono le aziende del settore. Il cambiamento passa anche da loro».